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  OLTRE IL VELO DI MAYA
Carmelo BeneNessuno quanto Carmelo Bene ha rasentato, nell'arte italiana del Novecento, l'abisso che separa il genio dal Maestro. Ha ingannato tutti, tranne coloro che non volevano essere ingannati (sopra tutti, Pier Paolo Pasolini, che intuì la potenza metafisica del giovane Bene includendolo nello staff del suo Edipo). Una categoria unica per riuscire a intuire (non a capire, né a leggere, tantomeno ad apprendere) a cosa abbia davvero lavorato Carmelo Bene. BeneNon c'è Artaud che regga. Il suo non fu un lavoro intellettuale. Fu una via crucis terminata, in vita, con una laicissima resurrezione: ponendosi nell'indifferenza tra materia e spirito, Bene tendeva all'integrazione di tutte le forme e di tutti i nomi nell'Informe e nell'Innominabile. Atto artistico che, dai tempi di De Chirico, in Italia nessuno aveva cercato con tanta risolutezza. Peccato: a due centimetri dal Cuore, Carmelo Bene si è arrestato - almeno pubblicamente, perché non sappiamo dove l'avesse condotto la sua ascesi privata che - è certo - egli percorse nella porzione di spazio e di tempo a cui fu assegnato o che si assegnò.
Dall'esterno, senza comprendere pienamente la fusione fredda a cui lavorò come instancabile alchimista (una fusione di carattere eminentemente metafisico), di Carmelo Bene si può dire tutto e il contrario di tutto - esattamente come lo si può dire di Dio. Alcuni affermano che le sue teorizzazioni della Phoné, la Voce che lo parlava, erano bizzarrie di un narcisista nichilistizzato; altri che erano la profonda verità che anche John Cage aveva raggiunto (mentre Bene raggiunse qualcosa di simile alla verità, però, Cage non le si avvicinò neanche per scherzo); per altri ancora era una lotta contro la "rappresentazione", impegnata in senso antigerarchico, antitradizionale, lacaniano, liberatorio, anarchico, situazionista, surrealista, à la Ubu Roi. E il Bene Assoluto sputava loro addosso, senza requie: e aveva ragione a farlo. Dicevano: bravissimo, hai creato il postmoderno, hai superato Brecht grazie ai tuoi movimenti meccanici, da bambolina di Von Kleist, con le tue canzonette improbabilmente trash, con le tue arbasinate pubbliche e private. E il Bene Assoluto si incazzava come una biscia. A ragione, come sempre.
La verità è che non c'è nessuna verità. La liberazione non esiste. Non esistono Maestri, nemmeno Scritture. Nulla esiste. Ma chi sa davvero che non esiste Nulla? Chi è colui che lo dice? Ecco: questa è l'unica prospettiva da cui Carmelo Bene parlava - anzi, era parlato. Lo diceva con continuità ammirevole, con testardaggine quasi inquietante: "l'io non esiste, io non sono io, io è molti, sto da dove si vedono questi molti": formule quasi shankariane, che attengono a un Talmud molto concreto e attuale, eternamente qui, eternamente ora, tanto da potere dire che ciò che si è c'è da sempre: e infatti, secondo Bene, "Carmelo Bene non esiste, io non sono nato, esisto nell'eternità, sono Dio", pur ammettendo che Dio non esiste (infatti, secondo le Scritture Dio non esiste; esiste soltanto per chi le legge male).
I vocalizzi catastrofici della tragicommedia amletica o i gridolini con cui termina, a singulti, il canto orfico di Campana, le roboanti asfissie dantesche e anche le slogature ipercollodiane del Pinocchio di Bene possono essere viste dal basso (e allora si può affermare che C/B ha fatto il postmoderno in Italia; ma si becca uno sputo dall'artista); oppure possono essere viste dall'alto, e allora bisogna chiedersi dove siamo noi mentre ascoltiamo l'afflato vibratorio che incuva la voce di Bene mentre la ascoltiamo.
Guardare senza guardare, ascoltare senza ascoltare: soltanto chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire può accedere ai piani sottili a cui il semi-maestro Carmelo Bene faceva ascendere l'inebetita psiche.

  di Giuseppe Genna
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   data: 18 mar 2002 protezione contenuti: assente Aiuto  

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