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  OLTRE IL VELO DEL LOUNGE
Carmelo BeneUna volta, il Tone, un nostro amico genialmente marginale dall'esistenza leggendaria e sconvolta, decide che vuole (testuale) "chiavare una gallina" - cioè portare a letto una ragazza. Il Tone non ha grandissime competenze culturali, né gliene frega niente di averle; ma su questa "gallina" vuole fare assolutamente colpo. Quindi, decide di invitarla a teatro e, precisamente, a una rappresentazione di Hommelette for Hamlet di Carmelo Bene. Il Tone è elegantissimo e, elegantissimo, va a prendere la "gallina". Il Tone è anche visceralmente milanista e, come Fantozzi in occasione della Corazzata Potemkin, si porta a teatro la radiolina con tanto di autricolari. In platea scende il buio. Sulla scena, abbacinante, cala la sagoma incorrazzata di Carmelo Bene. Il Tone si sta già rompendo le palle, e ha acceso la radio: il Milan di Van Basten gioca a Bergamo, contro l'Atalanta. Mentre Bene sta per affrontare il monologo, segna per i bergamaschi l'indimenticato Evair. Dalla platea esplode un "Mavvaffanculo!" portentoso: è il Tone che impreca. Per un attimo, Bene sospende la rappresentazione. Silenzio teso. Bene incomincia il monologo. Però, a Bergamo, Van Basten impatta. Il Tone lancia un acuto: "Vai Marchino!". Bene si ferma, fa accendere le luci, guarda il Tone, gli intima di andarsene. Il Tone cerca la solidarietà della "gallina", che non gliela concede; si alza, si incammina, mandando a cagare Carmelo Bene e la sua "rottura di palle". A quel punto, Bene ferma il Tone, ed esclama: "Lei è il primo a capire quello che faccio, da anni. La ringrazio. Sono sincero, non è ironia. La prego, resti". Il Tone rimane, Hamlet gli fa comunque schifo fino alla fine, se ne torna a casa con un giusto memoriale: "Ho conosciuto Carmelo Bene".

Carmelo BeneIl Paradiso Lounge, nella definizione datane dai due cretini teoretici di Clarence Igino Domanin e Giuseppe Genna, è un luogo eonico, al di là del tempo ma tutto dentro il tempo, in cui rifulgono statiche e auratiche le icone che hanno incantato il mondo. Nel Paradiso Lounge - ma non solo in quello - sorride meccanicamente la maschera di cerone con cui Carmelo Bene ha sconvolto le platee italiane: da sempre, certo, ma anche da quando ha deciso di partecipare a turpi tv show, imbellettato e fintoprovocatorio, dando scandalo soltanto per i cretini e nutrendo una leggenda di celluloide a uso e consumo per gli idioti che - indifferentemente - non capivano a cosa si riferisse quando diceva che lui viveva nei millenni.
La prima apparizione pop-lounge di Carmelo Bene avviene nello studio pseudotecnologico del leggendario Mixer Cultura condotto da Arnaldo Bagnasco. Arnaldo Bagnasco è un frantoio che secerne olio attraverso le appendici ferraginose della sua capigliatura alla Henry-Lévi. Al contrario di Henry-Lévi, Bagnasco non è bello, anzi, assomiglia a un clone beat di Mario Soldati. Inoltre è nevrotico, borbottante, strapieno di tic, degna vittima da lettino del dr. Ezio Spaltro. In questa scena gladiatoria, circolare e un po' buzzicona, Carmelo Bene fa il suo ingresso e non ne esce più, cancellando nella memoria le altre performance deliranti di cui il programma di Bagnasco fu inimitabile teatrino (una su tutte, lo scontro tra Bellezza e Busi, a colpi di "Checca!" e "Culattone!"). Carmelo Bene assale con una protervia spumeggiante e una raffica lessicale gli spettatori tutti. Nessuno regge al suo fuoco di fila: il povero trapassato inutilissimo intellettuale Guido Almansi capitola velocemente. Non c'è spazio e non c'è scena se non Carmelo Bene, che, all'apice, chiede che la telecamera ne inquadri le movenze da "antico romano", discetta sul suo "nome nobile", parla di parrucchini e cecità. E' irrefrenabile.
Seconda epifania: il celeberrimo Uno contro tutti condotto da Maurizio Costanzo. Non si sa perché Bene sia contro tutti, visto che lui, come ama ripetere, non è nemmeno "uno". Arrivano a chiedere a Carmelo Bene, che dichiara di non esistere: "Se lei non esiste perché si tinge i capelli?". È la goccia che fa traboccare il vasino. Bene è tutto, è scatenato. Mentre dice che a lui "Heidegger fa cagare", arriva a chiosare le Scritture: "Noi non siamo più autori di nessuna opera, non si può più dare opera d'arte, si può solo più essere opera d'arte, bisogna disfarsi degli autori, e farsi, semmai, visitare da chi li ha visitati. L'uso e l'abuso dell'amplificazione ha interdetto la comunicazione, sì da precipitarmi da un 'dentro', da un interno, in un altro interno. Del suono resta l'alone, la risonanza, l'atto coincidendo col suo immediato svanire". Le massaie sedute in platea, che ritengono essere Heidegger una località di vacanza sul Danubio, sono incantate, inebetite, si scatenano in plausi memorabili.

Pochi si ricordano delle apparizioni antisessantottine al Nebbia Club di Milano. Molti si ricordano della negazione dell'esistenza di Dio (un Dio personale) alla trasmissione radio Macao. Resta lo spettro acqueo che vaniloquia di essere apparso alla Madonna. Svanisce l'impressionante anticona che detta i Quattro diversi modi di morire in versi, immortale scheggia televisiva da undicimila spettatori. Dario Fo si scorda di essere stato eletto da Bene "buffone indegno del premio Nobel" e distorce il grande salentino, dicendo che anche lui si opponeva al potere. Franco Cordelli se lo ricorda "desolato, solitario come nessuno", mentre Bene osservava che "è impossibile stare da soli, ognuno è moltissimi, troppi". Evviva. La sagoma numinosa, loungissima, catartica dell'Amleto bardato e corrazzato in Hommelette for Hamlet sorride dall'alto: la sua metafisica era qua e ora, adesso non più - pochi l'avevano capito prima, pochi l'hanno capito adesso.

  di Giuseppe Genna
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   data: 18 mar 2002 protezione contenuti: assente Aiuto  

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