Il campanile batte dodici volte.
"Est lo tiempo".
Pietrino e Federciccio scivolano fuori dalle lenzuola. S'infilano il maglione sopra il pigiama, gli stivali di gomma e un berretto di lana.
Scendono la scala lentamente, tenendosi al passamano. Sono al piano terreno, aprono la porta d'ingresso. Una nuvola copre la luna facendo scomparire il cortile nell'oscurità.
"Non vedo un tubo".
"Oh be' be', tu non guatare tubi, mira allo fantasmagone" risponde Federciccio incamminandosi verso il capanno degli attrezzi. La porta è aperta.
"Perché li chiami così? Si dice fantasmi" sussurra Pietrino mentre accende la pila che ha portato nella tasca del pigiama.
"Scempiezze! Tutti li fantasmagoni fossero tristanzuoli anzichenò. Certe lagne!"
"Ah, ecco" risponde Pietrino, ben sapendo che è inutile correggere il linguaggio di Federciccio. D'altra parte, se lui fosse stato per tre secoli solo e al buio, forse si limiterebbe a grugnire peggio d'un uomo delle caverne.
"E com'è morto il nostro fantasma?".
"Oh be', cadecque dal ronzinante et picchiasse la capoccia. Esto porché non est cocozzone como te".
"Che fai, ricominci?" sibila Pietrino mentre orienta il fascio di luce sulle scope impolverate.
"Shh! Zittati" ordina Federciccio, ma a parte lo zampettare dei topi e lo scricchiolare delle travi di legno, Pietrino non sente un bel niente. Delle nuvolette di condensa escono delle bocche dei due amici. Per il resto, non un fiato, non un respiro.
"Non c'è nessuno qui. Mi hai raccontato una panzana", protesta Pietrino.
"Siempre mi fai pentire di portarti seco me. Magari lo fantasmagone non volesse facere la tua conoscenza".
"Gentile da parte sua" lo rimbecca Pietrino.
"Shh!" sussurra Federciccio, stringendo un po' più forte del solito la mano dell'amico.
Lentamente, in quel silenzio umido e muffoso, si ode un flebile suono. Uno scalpiccio? È mai possibile che in piena notte arrivi l'eco di una cavalcata? Pietrino strizza gli occhi nella speranza di veder apparire perlomeno un cavaliere dimezzato, ma anche con la pila è buio pesto. Per un attimo il rumore sembra più vicino, ma poi si sposta, fluttuando da un angolo all'altro della rimessa. Improvvisamente Pietrino sente un brivido corrergli sulla schiena, quasi che si fosse aperta di colpo una finestra e un vento gelido soffiasse attraverso i muri.
Pietrino e Federciccio si voltano in direzione di quel gelo quando uno zoccolo compare attraverso la parete di pietra grezza. Un secondo dopo, un poderoso quadrupede che sembra fatto di gelatina luminosa si catapulta nel capanno, fra le zappe e il trattore.
"Et voilà lo fantasmagone!" esulta Federciccio.
"Un cavallo?" dice Pietrino deluso "Tutto qui?".
L'equino fantasma osserva il ragazzo con un espressione disgustata. In quel mentre, una voce sconosciuta rimbomba nella cantina.
"Chi l'è codesto grullo?".
A sentire quella frase, Pietrino sente il sangue precipitargli ai piedi. È una voce umana, pressappoco, ma suona sinistra e vuota. Come se non avesse profondità o timbro e non provenisse da una bocca normale. Questa è una voce che sembra non aver mai riso o scherzato o pronunciato una sola parola gentile. Tagliente come una scheggia, fredda come il vetro, carica di rabbia e amarezza e rancore. Insomma: una voce fantasma.
"Filiamocela" è tutto quello che riesce a farfugliare Pietrino, ma con un gran balzo, il cavallo di gelatina si mette fra loro e la porta.
"T'avevo avvisato di mostrarti solo" geme la voce fantasma.
"Io non chiappo ordini" risponde Federciccio, " meno che mai da uribile cafone, imperdipiù spiritato. Est così che si trattassero gli amici delli amici?".
"Amici?" risponde sarcastica la voce.
Pietrino chiude gli occhi, preparandosi a una morte truculenta.
Sono permalosi i fantasmi? Che cosa farà questo qui? Gli staccherà la testa a morsi? Oppure gliela mozzerà di netto con una scure?
"Devi sempre essere così linguacciuto?", sibila al bestio che, da parte sua, fissa il muro con l'aria di chi ha ricevuto un'offesa mortale.
Per tutta risposta, un fischio fende l'aria e, effettivamente, una scure saetta nella penombra per impiantarsi a un palmo dal cranio peloso di Federciccio.
"Mi garbano di molto i tipi orgogliosi" ride il fantasma stridendo come un milione di unghie sulla lavagna. "Adesso però non mi va di conoscere codesto amico tuo. Forse un'altra volta, forse un'altra vita".
Il cavallo alza il muso sdegnoso e salta dentro il muro dal quale era comparso.
"Cavoli, l'abbiamo scampata bella" sospira Pietrino dando una gomitata all'amico. Federciccio, però, sotto la pelliccia è pallido come un morto.
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