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IL FRONTE OCCIDENTALE
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  CARLA BENEDETTI
Carla BenedettiCarla Benedetti insegna Letteratura Italiana moderna e contemporanea all'Università di Pisa. Tra i suoi libri: Pasolini contro Calvino (Bollati Boringhieri, 1998), L'ombra lunga dell'autore. Indagine su una figura cancellata (Feltrinelli, 1999) e La visione, un libro conversazione con Antonio Moresco (KKP, 1999).

Il pieno

1. A quelli che scrivono sul fronte occidentale
[...] Dopo l'11 settembre tutti si chiedono: "cosa faranno gli scrittori dopo l'11 settembre"? Subito dopo l'attacco alle torri il "New York Times" della domenica dedicò un inserto all'argomento. Questa settimana la rivista "Writer" pone la stessa domanda a poeti e narratori: "Voi che siete scrittori pensate che cambierà qualcosa nel vostro modo di scrivere, nel vostro linguaggio, nei vostri temi?" Le risposte sono spesso interessanti. Ma sono le domande che hanno qualcosa di insopportabile. Si interrogano gli scrittori quasi fossero una categoria specializzata, come le compagnie assicurative (anche loro dopo l'11 settembre avranno pur dovuto interrogarsi su come reagire al crollo delle loro azioni in borsa).
Quello che a me ripugna di più è questa Letteratura Istituita, praticata e letta come una sfera funzionale della società differenziata. La chiesa per pregare, il tribunale per la giustizia, le urne per il voto democratico, i villaggi turistici per rilassarsi. Così la letteratura. Anch'essa con una sua specialità, cioè produrre valore estetico. Una macchina pensata per fare bene certe cose e solo quelle: suscitare interpretazioni, giudizi di valore, dispute del gusto, riempire storie letterarie, mappe, canoni. Non è forse questo che la rende inerte, e qindi morta? Tutto ben separato e delimitato. Che la sfera del bello non si confonda con quella del giusto o del vero! Che la scrittura letteraria stia nella sua cornice, separata dal mondo in cui agiamo, soffriamo, ci appassioniamo, ci indigniamo. Secondo me è proprio questo processo di specializzazione che la trasforma in quel NULLA su cui a loro volta proliferano gli specialisti del NULLA. La critica, la letteratura. Due schemi vuoti che hanno dominato la vita culturale degli ultimi decenni, oggi sempre più insostenibili, insopportabili.
Ma non voglio tirarla in lungo su questo. Voglio solo dire che io non sono un critico e voi non siete letterati. Ho bisogno di pensare così, altrimenti non scriverei niente. La stanza non c'è. Non ci sono poltrone. Non c'è niente - e quindi c'è tutto. La sensazione di dover ricominciare da capo, o meglio la sensazione che cominciamo ora.

2. "Niente sara' più come prima", hanno subito incominciato a dire. Ma intanto continuavano a ragionare con le stesse categorie, con le stesse abitudini mentali, con le solite semplificazioni, con la solita retorica. No, forse la retorica è l'unica cosa che un po' è cambiata: è incredibilmente aumentata. Prima dell'11 settembre nessuno per esempio avrebbe mai scritto un necrologio come questo per la giornalista scomparsa in Afghanistan:
"Ma quando la morte t'entra in casa è come se di colpo tacesse il suono delle campane. [...] Il terrore ha i suoi manovali, e proprio un branco di costoro ha fermato quattro soldati della notizia, armati soltanto di taccuino e biro, mossi dall'ansia di cogliere il fatto, divorati dall'angoscia di dover trasmettere" (in prima pagina sulla "Stampa" di martedì 20 novembre, a firma di Igor Man)
Perché mai un giornalista sente il bisogno di esprimere il lutto per la morte di una collega con una voce così impostata, trombonesca? Che cosa vuol dimostrare? Vuole dimostrarci che è perfettamente consapevole della "gravità dei tempi" e che in questi tempi c'è anche lui. Così anche la storia diventa finzione, la Storia a cui vogliamo essere sicuri di appartenere, con l'euforia di sentirci parte di un momento storico importante, che segna l'inizio di un'epoca nuova, per quanto apocalittica. "Risvegliarsi con la Storia addosso. Che vertigine" - aveva scritto Baricco su "Repubblica" subito dopo l'Evento. Ma sono stati soprattutto i giornalisti a raccontare la finzione della Storia. Si sono appropriati dell'Evento, lo hanno contemplato come dal futuro, rendendolo già passato. Già prima dell'inizio dei bombardamenti avevano cominciato a narrare la guerra, addirittura a storicizzarla come "terza guerra mondiale", come "la guerra del XXI secolo cominciata martedì 11 settembre". Perciò cadono nella retorica. La retorica è la punzione per chi costruisce finzioni.
Quando dico finzioni non penso però all'opposizione tra realtà e finzione, o a quella tra realtà e immagine, o tra realtà e spettacolo, o tra reale e virtuale. Anche questi sono schemi mentali di cui forse ci dovremmo liberare. Tutto il cosiddeto "pensiero critico" novecentesco (da Adorno a Debord e, lo dirò dopo, fino a Zizek) ha avvicinato le cose alla luce di queste opposizioni - e ha fallito. Per me la realtr non si oppone né all'immagine né allo spettacolo né al virtuale. Si oppone semmai al semplice, alla semplificazione.
La realtà è "sentimento del complesso" (l'espressione è di Gadda). La realtà è ciò che sta assieme a altro, concresciuta con altro, nel corpo di chi parla o di chi vede, e nel caos delle cose che si crede di poter tralasciare. La realtà è "prendere dentro tutto" (l' espressione di Moresco). E se non hai il coraggio di prendere dentro TUTTO sei nella finzione - e cadi nella retorica.
Dopo l'11 settembre Ben Jelloun ha scritto un dialogo edificante sulla tolleranza. E' uscito in prima pagina su "Repubblica", si intitolava "Papà, perché sono mussulmana?". Alla figlia piccola, che giustamente si inquietava per le infamie lanciate sui mussulmani, e quindi anche su di lei, Ben Jelloun rispondeva molte belle parole rassicuranti sul rispetto della diversità delle culture. Ma quando la bambina gli chiede chi sono i terroristi, lui non sa rispondere che questo: "a loro non piace la musica, la pittura, la scultura, l'arte... la libertà: è per questo che diventano terroristi". Risposta finta, semplificante, appunto retorica.
La retorica è la spia della semplificazione. In questo momento in cui tutto si rimescola molti fanno narrazioni che sono finzioni e che sono retoriche. Narrazioni che semplificano e che riconfermano. E spesso non sono affatto gli scrittori a farle (non sono "fiction", per intenderci) quanto piuttosto i giornalisti, i politici, gli economisti, i sociologi, i critici, i critici della cultura, la gente per strada e molti altri. Ecco, di narrazioni così ne ho sentite tante in questo periodo, dall'11 settembre a oggi.

3. Nell'ordine, la prima che ho sentito era su sfondo biblico. Mentre crollava il WTC ero per strada. Molti piangevano, ma quasi non parlavano tra di loro. Ascoltavano in silenzio le notizie radio da qualche auto parcheggiata. Mi sono avvicinata a un capannello. Una donna di colore con i capelli bianchi e le lacrime agli occhi mormorava "Unbelievable". Le ho chiesto per favore di ripetermi cosa diceva la radio, perché io ero straniera, appena arrivata e capivo poco. Volevo sapere se l'attentato era stato rivendicato, e da chi. Lei guarda la colonna di fumo sopra le macerie e poi mi dice piano: "Vedi. Miliardi di miliardi di dollari là dentro. Bada bene: non milioni, miliardi! Troppa ricchezza concentrata. Troppa povertà nel mondo. Torri troppo alte! Come la torre di Babele!". La donna mi stava già narrando una storia, una storia di superbia punita.
La seconda storia che ho sentito parlava invece di virtualità punita: poiché l'universo in cui viviamo è un mondo smaterializzato e irreale, abbiamo bisogno della violenza della catastrofe per riavere il senso della realtà. Questa l'ha raccontata Slavoj Zizek in un articolo circolato in rete e intitolato "Benvenuti nel deserto del reale". Zizek prendeva spunto da "Matrix" cose come la donna di colore dalla Bibbia. "Benvenuto nel deserto del reale" è infatti la frase con cui Morpheus saluta il protagonista, quando per la prima volta può uscire dal mondo simulato di Matrix e aprire gli occhi sull'orribile, desolato mondo vero. Questa storia ci è già stata narrata molte volte nella finzione (nella fiction, voglio dire), da Time Out of Joint di Philip Dick a molti film holliwoodiani. Zizek ovviamente lo sa ed c proprio da qui che comincia la sua parabola. Essa dice: gli americani hanno sempre avuto paura di scoprire che il mondo in cui vivono è uno show spettrale e irreale. Ora sono in grado di scoprirlo. L'America ha avuto ciò che turbava da tempo le sue fantasie. Il crudo Reale di una catastrofe ha fatto collassare l'orgia virtual-consumista americana e il tardo capitalismo che smaterializza la vita.
La donna anziana in strada cercava di interpretare la castrofe come poteva per darle un senso. E in effetti la storia della Torre di Babele può spiegare molte cose. Ma è ovvio che non ne sono stata soddisfatta. Anche la storia di Zizek spiega e fa tornare molte cose. Dovrei esserne soddisfatta? Per esempio chi sono gli americani che vivono in un mondo irreale? Gli individui, il governo, gli speculatori finanziari, i produttori di armi? Certo anch'io spero che gli americani facciano un'auto-analisi, critichino la politica internazionale del loro governo, la violenza e l'aggressività che essa porta contro i paesi deboli del mondo. Voglio che il governo americano cambi la sua politica in Palestina, firmi il protocollo di Kyoto ecc. Ma direi lo stesso agli europei e agli italiani, il cui governo è fedele alla politica di Bush, e a tutti i paesi sviluppati del mondo, perché il modello di sviluppo che seguono e le leggi finanziarie sono gli stessi a Milano, a Tokio, a Dubai, come a New York.
Žižek insiste molto sulla realtr senza realtà di un mondo virtuale, contrapposta a un reale "forcluso", esperibile solo traumaticamente. Ma, mi domando, cosa mi fanno vedere queste categorie analitiche? Mi fanno vedere, per esempio, che bombardare l'Afghanistan è un "acting out paranoico" degli americani. Accidenti! Ma bombardare l'Afghanistan è molto di più! E' anche morte e distruzione. Allora non saranno piuttosto queste categorie a produrre il mondo virtuale che descrivono? E non sarà anche un po' che Zizek si c innamorato di questa categorie? Visto che sono loro in fin dei conti che rendono possibile la sua narrazione.
La terza storia che ho sentito è quella economicista che riconduce tutto al capitale finanziario. La raccontano in tanti, Dario Fo, Marcos, i no-global. La quarta è quella culturalista che narra la differenza o lo scontro tra civiltà: in versione paranoica l'ha raccontata Oriana Fallaci, in versione tollerante-multiculturalista l'hanno raccontata un po' tutti, da Ben Jelloun a Umberto Eco. Poi ci sono quelle dei pacifisti e dei guerrafondai. Il giorno in cui sono cominciati i bombardamenti in Afghanistan c'è stato qui a New York un corteo di circa 10.000 persone. Sono andata anch'io. C'erano ragazze di tutti i colori, una addirittura col chador, vecchi in carrozzella, uomini barbuti, studenti di ogni razza (però ora che ci penso non ho visto cinesi), bambini sui passeggini, donne anziane, cattolici e fricchettoni dei tempi del Vietnam. Slogans: "Bin Laden, Saddam, Pinochet, creati dalla CIA". "Bush, leggi la tua Bibbia. Non uccidere!". Certo però, mi dicevo, tutto questo movimento non conta poi molto, non è capace di smuovere.
Mentre i pacifisti sfilavano contro i bombardamenti appena iniziati il "Washington Post" ha titolato "TALI-BAM". Tutta un'altra storia.
Lo stesso giorno ho poi sentito in TV il discorso di Bin Laden. Un'altra storia ancora. Anche lui ha saputo comporre gli eventi in modo da dar loro un senso pieno, semplice, efficace. Una narrazione perfetta. Non nego che mi abbia quasi affascianto sul momento. E scommetto che avrà colpito allo stesso modo molti "occidentali autocritici". E infatti ho ricevuto subito un messaggio dall'Italia che diceva: "lucido discorso, lui sì che è analitico". Allora mi sono un po' inquietata. Evidentemente andiamo tutti in cerca di storie che confortino, che ci riconfermino, che ci permettano per esempio di ripetere "Yankee go home!" come ai vecchi tempi.
Ognuna di queste storie ha zone oscure, ha lacune grosse come voragini. E infatti ognuna inciampa in qualche contraddizione, a volte tanto evidente da diventare grottesca. Dario Fo se la prende con i brokers e le multinazionali, ma non viene a New York dove era atteso in ottobre, forse per paura di altri attentati. Allora nella realtà non ci sono solo i brokers! Ci sono anche i kamikaze (quelli che "non amano la musica, la scultura e l'arte"). E al mio amico italiano che lodava l'intelligenza politica di Bin Laden mi è venuto da chiedere se sa cosa mai abbia fatto costui, nababbo del petrolio, per il suo popolo affamato. E' una domanda banale - mi ha risposto. Cosa conta la fame degli afgani in confronto alle aggressioni degli USA e dei suoi alleati che dominano il mondo? Conta, invece. Il "tribunale della realtà totale" (come diceva Gadda) non snobba nessuna domandina. Mi viene in mente un'altra frase di Moresco: "narrazioni che assomigliano a un disegno sopra un foglio bianco". (Mi scuso per tutte queste citazioni - che tra l'altro faccio un po' a memoria, non avendo i libri qui - ma sono frasi che hanno agito nella mia testa e di cui mi pare ora di capire meglio il senso). Narrazioni che semplificano, semplificazioni difensive, fatte "per non trovarsi faccia a faccia con il caos".

4 . Ho letto in rete una scheda sull' ultimo libro di Marc Augé pubblicato in italiano. Il libro si intitola "Finzioni di fine secolo". La scheda riportava anche la sua famosa definizione dei "non luoghi". L'ho trascritta perché mi è sembrata anch'essa di colpo gottesca. "Lo spazio del non luogo non crea né identità singola, né relazione, ma solitudine e similitudine". E ancora: "I non luoghi rappresentano l'epoca; ne danno una misura quantificabile ricavata addizionando le vie aeree, ferroviarie, autostradali, e infine la complessa massa di reti cablate o senza fili che mobilitano lo spazio extra-terrestre ai fini di una comunicazione così peculiare che spesso mette l'individuo in contatto solo con un'altra immagine di sé stesso". Crollano uno dopo l'altro molti dei concetti "critici" con cui ci siamo abituati a analizzare il mondo che ci circonda. Non è che prima fossero ben saldi, erano già abbastanza logori. Ma ora mi pare che il loro scollamento dalla realtà (dal senso del complesso) sia diventato intollerabile. Sono concetti-finzione. Sono il fallimento del "pensiero critico". La metropolitana, per esempio, secondo Augé, è un tipico non-luogo. Qualche giorno fa sono stata a Williamsburgh, il quartiere che qui ora viene considerato "trendy", portata da due amiche. Abbiamo cenato in un ristorante, poi abbiamo visitato un locale, giusto ver vedere come è un locale trendy. All'entrata c'era un odore molto acre, all'uscita l'ho sentito di nuovo e sono quasi certa che era di cadavere. Al ritorno la metropolitana era piena di operai, quasi tutti latinos, ma anche qualche bianco whasp: sono sfilati in silenzio su un carrello che li portava nei tunnel, la torcia in mano, i caschi colorati, lo sguardo sbarrato verso di noi che aspettavamo il treno sul marciapiede opposto (atmosfera da Metropolis, tanto per ragionare con i film). Poi a metà tragitto il treno in cui stavamo si è fermato, si è aperta la porta sul buio e sono saliti due di questi operai. Allora ho cominciato a farci caso. Ne ho visti altri lungo il percorso. Forse si schiacciano contro le pareti del tunnel ogni volta che passa un treno, e a fine turno ci salgono su.
Quindi non è vero che il nostro mondo ha fatto scomparire la "working class", come dice Žižek e molti altri. Non c vero che il tardo capitalismo smaterializza la vita. La realtà non è svuotata di realtà. La virtualità non esiste. Questi sono i nostri labirinti mentali, anche loro disegni tracciati su di un foglio bianco. I non-luoghi non esistono. Ogni luogo è un pieno. Tutto è pieno. Bisognerà far apparire questo pieno, oppure non avrà senso far nulla.

  di G. Genna
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   data: 5 giu 2002 protezione contenuti: assente Aiuto  

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