Mauro Covacich è nato a Trieste nel 1965 e vive a Pordenone. Ha pubblicato: Storia di pazzi e di normali (Theoria, 1993), Colpo di lama (Neri Pozza, 1995), Mal d'autobus (Tropea, 1997), Anomalie (Mondadori, 1998, 2001), La poetica dell'Unabomber (Theoria, 1999) e L'amore contro (Mondadori, 2001).
L'orecchio immerso
"Quello che inizia come solitaria alterità diventa familiare e addirittura personale. Ha a che fare con chi siamo quando non stiamo recitando chi siamo".
Don DeLillo, Body art
La sera del 15 settembre sono partito per New York con il primo volo da Fiumicino dopo la parziale riapertura del JFK Airport. Al momento non conoscevo bene la ragione della mia decisione. Neanche adesso, a dire il vero, la conosco perfettamente. Non si trattava comunque di semplice curiosità: di fronte al rottame carbonizzato in autostrada, al morto sotto il lenzuolo, io tendo a non rallentare. Non si trattava di semplice sete di conoscenza: chiunque sa che per ottenere il massimo di informazioni su un fatto non bisogna correre dove si è verificato, bensì restarsene a casa con la tv accesa. Non si trattava di semplice spirito di avventura: non sono un corrispondente di guerra e poi, anche se lo fossi, già da subito era chiaro che per raggiungere il fronte occorreva spostarsi nella direzione opposta. Be', niente era semplice in quei giorni. A chi mi chiedeva, io stupidamente rispondevo: "Ci vado per istinto". Va da sé che uno d'istinto afferra una pallina, para una sberla, non attraversa l'oceano, e che, quindi, devo approfittare di questa occasione per andare un po' più a fondo nella faccenda.
Lo sbalordimento, innanzitutto volevo essere nell'origine dello sbalordimento. Per la prima volta volevo che il mio stato d'animo - che immagino piuttosto diffuso, diciamo pure unanimemente diffuso - si accordasse con il luogo da cui proveniva, al punto da entrarci, da esserne parte. Non ero soltanto sbalordito, non ero sbalordito per una cosa soltanto sbalorditiva: ero coinvolto in uno stato d'animo planetario per quella che aveva tutti i connotati dell'essenza dello sbalordimento. Soggiornare per qualche giorno nell'essenza dello sbalordimento, camminare in mezzo agli abitanti dell'epicentro dello sbalordimento quando ancora la mia faccia sembrava quella di una testa decapitata e vedermi somigliante ai più sbalorditi della terra era l'unica cosa che avrebbe diminuito il mio disagio. Mai mi sono sentito appartenere di più alla mia epoca, al mio mondo, alla mia umanità. Seduto lì, sul marciapiede di Ann Street, dietro l'ultima barriera di poliziotti, a guardare la nuvola in cui si sono sciolte le barre della $ di dollaro, a inalare le scaglie polverose del biscione tirato giù dal cielo: ero davvero e$$enzialmente io quello, e quella era davvero e$$enzialmente casa mia. Ciò che sarebbe venuto dopo mi avrebbe riguardato meno. La solita propaganda disneyana, il solito supercattivo da stampare in fretta sui bersagli dei poligoni, le solite carneficine intelligenti. Già in quei giorni, a Manhattan, ero convinto che l'abbattimento delle Twin Towers fosse un gesto estetico talmente sbalorditivo da non poter essere rinchiuso in categorie politiche, da non poter temere risposte equivalenti - anche bombardare La Mecca con maiali vivi e casse di whiskey sarebbe stato più scontato - e insomma da essere l'evento, incontestabilmente l'unico, in grado di far cominciare qualcosa. Qualcosa? Sì, qualcosa - non so dirlo altrimenti - come una Nuova Sincerità e una Nuova Partecipazione. [...]
Quand'ero a New York ho cominciato a pensarmi nei panni di Philip, il protagonista di quel film di Wenders non proprio riuscitissimo intitolato "Lisbon Story". Un fonico chiamato in una città sconosciuta a registrare i suoni per un documentario che attende solo di essere montato, ecco come mi immaginavo. Le immagini sono già dentro le pizze del girato, ma serve qualcuno che le renda vive, concrete, con il sonoro del mondo a cui appartengono. Panni sbattuti, mezze parole, colpi di clacson, rumori per comprendere veramente ciò che si vede sulla pellicola. Anche adesso che sono tornato da un po', continuo a fare come se avessi sempre il microfono peloso di Philip tra le mani. Spendo tutte le mie energie per tenere nella direzione giusta l'asta di questo grande orecchio, anzi, mi sforzo per essere io questo grande orecchio. Difficile dire cosa produrrà un simile lavoro, di certo però anche il mio, come quello di Philip, è un ascolto immerso, che partecipa.
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