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  GIUSEPPE GENNA
Giuseppe GennaGiuseppe Genna è nato a Milano il 12 dicembre 1969. Ha pubblicato, con lo pseudonimo Luther Blissett, net.gener@tion e, col proprio nome, il noir Catrame, i racconti e saggi Assalto a un tempo devastato e vile e il thriller Nel nome di Ishmael, tutti per Mondadori.

Scrivere sul fronte occidentale:
scrivere sulla fronte occidentale


L'evangelismo letterario
Che cosa significa scrivere, oggi? Ho un'idea molto precisa e personale della questione, ma non è il caso di affrontarla qui. Vorrei piuttosto precisare che cosa ritengo sia non scrivere oggi. Non scrivere, oggidì, significa essere più scrittori degli scrittori. Il fatto letterario è divenuto un fatto: non è più soltanto letterario, è di dominio anche extraletterario. Con gradazioni diverse, a intensità molteplici, secondo traiettorie divergenti, ciò che è estraneo alla letteratura non soltanto fa dell'alta letteratura, ma si percepisce come letterario, aspira a diventare la letteratura. Un esempio di confine è la rivoluzione giornalistica. Il giornalista slitta verso l'autoriale, vuole dire "io", gesto al quale lo scrittore non sembra avere più facilità d'accesso. Le cazzate scritte da Oriana Fallaci sul Corriere della Sera erano letterarie a priori; e infatti sono diventate un libro, che scala implacabilmente le classifiche di vendita scalzando testi che si pretenderebbero essere più letterari de La rabbia e l'orgoglio. Allontanandosi dal confine: il Web sta sviluppando una galassia stilistica che lo è del tutto automaticamente, dispone di una retorica e di una ritmica eminentemente autoriali, eminentemente letterarie. Sempre più lontano dal confine tra letteratura e non-letteratura: lo Spettacolo eredita l'auraticità letteraria che la mitologia pitica di Pindaro conferiva all'eroe. Distantissimi dal confine: un idraulico gode oggi di maggior considerazione (dal punto di vista della paura che fa all'individuo, della rapidità con cui viene economicamente liquidato, dell'invidia che suscita per autonomia e reddito) di quanto godano i letterati, includendo in questa scaduta categoria anche operatori della lingua come traduttori, correttori di bozze, revisori.
Da molto tempo siamo abituati a diffidare dell'indifferenza. Spesso l'indifferenza nasconde forme di censura in conseguenza al fatto che ciò di cui si è indifferenti esprime un elemento scabroso. E' lo scandalo dello scrittore, emanato come un profumo o un fetore, che rende indifferenti allo scrittore. Ora: qual è questo scandalo? E' un nuovo verbo, trascritto e propagato con incoerente approssimazione. Questo verbo è laico ma, nel frangente in cui viviamo, esprime la potenza di un regicidio. Noi scrittori (gli scrittori d'eccezione di cui mi considero compagno di strada) siamo gli evangelisti dell'apocalisse: l'apocalisse dello Spettacolo.

Gli eretici
Siamo, cioè, eretici a pieno titolo? Non lo siamo tutti, questo lo garantisce la lunga tradizione della letteratura. Per rimanere nell'allegoria: gli evangelisti erano soltanto in quattro, sparsi per vari cantoni, piuttosto imprecisi. Tenevano a sé, gli evangelisti? No. Questo è un discrimine importante, perché consente di iniziare a stabilire una griglia di autoidentificazione dello scrittore eretico nel nostro tempo. Lo scrittore eretico non tiene al proprio "io". Usa il proprio "io", ma non ci crede. La sua passione per la letteratura equivale alla passione per il mondo: non addormenta la propria coscienza nella nevrosi narcisista che tenta di erigere un'identità tramite il successo della propria opera. E' più interessato alla letteratura e al mondo come totalità impazzita di quanto non sia affascinato dal proprio operare e, in fin dei conti, dal proprio "io". Le modalità di questo violento distacco, che delinea lo scrittore come figura della povertà, sono assai diverse tra loro: potrei includere certi apparenti narcisismi alla Houellebecq all'interno del cerchio che sto tracciando, e così anche alcuni significativi silenzi di sé, come quelli leggendari di Pynchon, o certe tendenze all'autoesposizione sacrificale, come quelle sismiche a cui va soggetto Moresco qui da noi.
[...] Un'allegoria che seppellisce se stessa, che è leggibile e che tuttavia mette in scacco la critica, che è irriducibile alla messa in posa spettacolare, che sembra parlare infinitamente e invece termina bruscamente: abbiamo già letto una profezia circa questa nuova specie di allegoria, nel Dramma barocco tedesco di Benjamin. Il messianesimo implicito in questa figurazione letteraria non è sempiterno; ma è sufficiente per essere percepito, nella sua mortifera destinalità, dagli agenti dello Spettacolo. Perché mortifera? Perché il discorso letterario spettacolare esibisce un'intolleranza allergologica nei confronti di questa forma allegorica. Lo Spettacolo ha mutuato dalla letteratura forme allegoriche che parlano indefinitamente dello Spettacolo stesso e che veicolano la falsa verità che la morte non esiste e, quindi, che il potere e lo spettacolo non avranno mai fine. Per esempio, le fiction seriali sono la forma più estrema e raccapricciante - ma anche affascinante - di spettacolo di potere e di potere dello spettacolo. Queste fiction nascono con la missione di non morire mai. Passano alla storia per la loro longevità. East Enders, la fiction più popolare nel Regno Unito, parla alla gente da diciott'anni e la gente, nel frattempo, abita un unico, sterminato East End londinese. La letteratura era mimetica; lo Spettacolo impone la mimesi. Questa tremenda verità ha una propria morte: sta tutta, nuovamente, nella letteratura. [...]

  di G. Genna
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   data: 5 giu 2002 protezione contenuti: assente Aiuto  

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