Helena Janeczek è nata a Monaco di Baviera nel 1964 e si è trasferita in Italia nel 1983. Ha esordito come poetessa in lingua tedesca con la raccolta Ins Freie (Suhrkamp, 1989) e come narratrice in italiano con Lezioni di tenebra (Mondadori, 1997). Ha collaborato a varie antologie e ha recentemente pubblicato Cibo (Mondadori, 2002), sua seconda opera narrativa.
Una gonna per l'undici settembre
A quelli che sostenevano che dopo l'undici settembre sarebbe cambiato tutto, alcuni avveduti intellettuali rispondevano che non sarebbe cambiato niente. Loro non si erano poi tanto stupiti. Loro l'avevano detto già da anni che l'oppressione e la miseria del terzo mondo, che la politica statunitense, che lo strapotere delle multinazionali, che il fondamentalismo islamico, che la società dello spettacolo, che l'ignoranza delle masse, che ogni causa e radice erano lì da prima e sarebbero rimaste anche dopo, e se non l'avevano detto - perché spesso, mi pare, non l'avevano detto o l'avevano detto agli amici, ma non nero su bianco come intellettuali - comunque l'avevano sempre saputo.
Anch'io certe cose le sapevo da decenni, sapevo, ad esempio, che quella gonna lunga con ricami e specchi era una gonna afgana unica e vera, non una delle solite indianate che potevo comprarmi nei negozi detti alternativi di cui era piena Monaco quando avevo sedici anni, ma che i duecentocinquanta marchi sborsati dai miei genitori per regalarmela a Natale finivano quasi tutti nelle tasche del negoziante e dell'importatore. E quando, tre anni fa, l'ho ritirata fuori, sapevo che in Afghanistan c'erano i talebani, i campi d'oppio e i campi d'addestramento, che in Afghanistan le donne dovevano coprirsi dalla testa ai piedi e spesso finivano lapidate - avevo anche partecipato a una lettura di poesia femminile nel corso di un programma per l'otto marzo intitolato "un fiore per le donne di Kabul" (un fiore?) - però me la mettevo ugualmente, la indossavo senza pensieri, la mia preziosa gonna afgana.
Invece dopo l'undici settembre, anzi dopo il giorno di ottobre in cui la prima bomba era caduta sul territorio afgano, la lasciavo senza pensieri nell'armadio. Per almeno un mese dall'inizio dell'operazione "Enduring Freedom" semplicemente non la prendevo in considerazione come può capitare a qualsiasi capo del guardaroba di una donna qualunque; ma poi, in un certo momento, senza averla mai più toccata, mi sono accorta che non la mettevo perché non riuscivo più a metterla, non riuscivo a metterla perché era afgana e ancora più perché gli stivali nuovi con i quali l'avrei indossata avevano invece un aspetto texano. Ma era proprio in quel modo che l'avevo portata a Monaco, avevo anzi invidiato una compagna di classe che possedeva un paio di boots americani, mentre i miei stivali di cuoio erano spuntate imitazioni "made in Italy", ragion per cui circa vent'anni dopo mi sono comprata un'imitazione affilata, e mentre allora andavo a manifestazioni per il Nicaragua gridando "Yankee go home", dopo l'undici settembre non sono andata a nessuna manifestazione, però non sono più stata in grado di mettere quella gonna con quegli stivali, anche se li avevo acquistati dopo l'undici settembre. [...]
Lo dico subito: per me le cose più belle sull'undici settembre le hanno scritte degli scrittori: John le Carré, Don de Lillo, Antonio Moresco. Non tutti gli scrittori (non ho cercato di seguire tutto quello che hanno detto o scritto gli scrittori in genere), ma questi tre che elencati così sembrano capre e cavoli. Però, volendo, hanno qualcosa in comune: il fatto di essere degli scrittori, di esprimersi come scrittori e come scrittori - ciascuno a modo suo - non "minimalisti".
E allora i loro pezzi sull'undici settembre erano più belli perché scritti meglio, scritti, appunto, da autentici scrittori? O erano più giuste, più profonde e intelligenti le cose che hanno scritto? Sì, a me quei pezzi risultavano "scritti meglio" e pure più giusti e più profondi, ma non è questo che me li faceva preferire. So, ad esempio, che l'intervento di Don de Lillo - un testo lungo, scritto qualche mese dopo gli attentati - era stato criticato da una parte della stampa culturale tedesca (il feuilleton che in Germania continua ad esistere seriamente), perché dall'autore di "Underworld", "Libra" e "Rumore Bianco" ci si poteva aspettare qualcosa di più, uno sguardo critico più ampio, meno americano, meno newyorkese. Non avevano tutti i torti quei critici, dal loro punto di vista. Ma dal mio punto di vista contano di più certe altre cose. Conta, ad esempio, che il pezzo si conclude su una donna che in mezzo al viavai quotidiano di Manhattan apre il suo tappetino, lo dirige - sa solo lei come - verso la Mecca e si mette a pregare. Conta che per introdurre le vicessitudini di un nipote molto amato che con la famiglia abitava vicino al WTC de Lillo scrive una frase come "quando la seconda torre crollò, crollò anche il mio cuore". Una frase del genere osa scriverla solo uno scrittore, uno scrittore vero. Una frase del genere riempie tutto quello che dice di un senso diverso e non importa che andando a vedere il "contenuto" o il "messaggio", non dica poi delle cose così straordinariamente intelligenti.
I pezzi di Le Carré, de Lillo, Moresco sono più belli, perché sono scritti con un adesione diversa a quello che dicono, un adesione in cui l'intelligenza, l'emozione, la percezione e visione delle cose (quel che si descrive avendolo visto o percepito) hanno lo stesso rango e la stessa presenza sulla pagina. E' da questa adesione che scaturisce la scrittura "più bella". Ed è per via di questa adesione che l'essere più o meno d'accordo diventa un fatto secondario, anzi si può tranquillamente apprezzare moltissimo gli interventi e condividerli solo in parte. Grazie a questa adesione non c'è in quei tre pezzi la minima puzza di retorica, ideologia, manipolazione. E' questo che conta. E' il lavoro degli scrittori.
Gli scrittori, secondo me, sono tenuti a volare basso, a quote in cui riescono a vederci e sentirci bene, per poi da lì alzarsi, dire la loro fino in fondo, su tutto, anche sull'undici settembre. Altrimenti sull'undici settembre - e fatti simili - parla solo chi vola a quote in cui non contano i danni collaterali creati dalle parole sganciate: Bin Laden, Bush, Oriana, Baudrillard, vari politici nostrani e giù discendendo. [...]
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