Giulio Mozzi è nato nel 1960. Abita a Padova. Ha pubblicato vari libri di racconti (l'ultimo: Fiction, Einaudi 2001) e alcuni testi di didattica della scrittura (tra questi: Ricettario di scrittura creativa, scritto con Stefano Brugnolo, Zanichelli 2000). Dall'agosto 2000 produce "vibrisse", un bollettino dedicato alla scrittura e alla lettura distribuito gratuitamente via e-mail (per riceverlo, scrivere a scritturecreative@libero.it). E' responsabile della collana di narrativa italiana "Indicativo presente", Sironi Editore.
Parlare della verità
Non che non me lo sia mai domandato. Sono incapace di non farmi certe domande. Ma difronte a ciò che avviene - anche alla potenza di spettacolo di certi avvenimenti - mi domando di nuovo: a che cosa serve la letteratura? Che è una domanda fatta di due domande: (a) se non sia meglio fare altro, piuttosto che fare letteratura; (b) che cosa sia specifico della letteratura, ovvero che cosa si possa fare soltanto con la letteratura.
Credo che la letteratura serva a parlare della verità. Dico questo perché lo so, che la guerra fa un uso scriteriato della verità. Le due parti dicono: "Noi siamo buoni", "Noi siamo nella verità". Così che chiunque pronunci la parola verità, oggi come oggi, passa per un nemico o per un guerrafondaio (secondo i punti di vista).
Insisto: la letteratura serve a parlare della verità. Non ha competenza esclusiva sulla verità. Non ha pretese sulla verità. Non si dà lo scopo di determinare la verità. Semplicemente ne parla: come due persone che fanno conversazione, una terza arriva, e dopo i saluti le si dice: "Stavamo parlando della verità".
Della verità, naturalmente, non si sa quasi nulla. Se uno mi dicesse: "Io possiedo la verità", credo che lo temerei più o meno quanto oggi come oggi [26.12.01] noi tutti temiamo certe persone (Osama bin Laden, ad esempio, o il suo finanziatore George W. Bush).
La verità fa spavento; la verità non dà nessuna consolazione; se diciamo la verità a qualcuno, è per infierire su di lui: cioè per pura cattiveria; e chi crede di possederla, la verità, lei lo fa impazzire. Che cosa possiamo dire di costoro, infatti, se non: che ci sembrano pazzi?
Abbiamo bisogno della verità come dell'aria, o poco meno. Anche i negatori della verità si appoggiano su quelle che chiamano "verità provvisorie" o "verità relative" o "verità per convenzione", o con altri nomi: e sono pur sempre surrogati, imitazioni, approssimazioni ecc. della verità: che poi essa sia data come esistente o non esistente, cambia gran poco all'atto pratico.
Non possiamo dire la verità, che non conosciamo; ma possiamo scegliere tra due sogni: che la verità ci sia, o che la verità non ci sia. Dico: "sogni"; perché mi pare paradossale sottoporre a giudizio di verità le proposizioni "la verità c'è" o "la verità non c'è". Sogni, e quindi desideri.
Però possiamo parlare della verità, così come possiamo parlare di un sacco di cose che non conosciamo: degli abitanti di Marte, della mente dell'imperatore Adriano, e così via. Possiamo parlare della verità, così come possiamo parlare indifferentemente di cose che esistono e di cose che non esistono: di mio fratello Aldo, che esiste, e di mia sorella Alberta, che non esiste, posso parlarvi nello stesso modo.
Possiamo parlare della verità come possiamo parlare di una persona della quale abbiamo a nostra volta sentito parlare; alla quale ci siamo magari, grazie ai racconti, affezionati; della quale vorremmo sapere di più; che è diventata importante per la nostra vita, anche se magari non sappiamo se esista davvero o no; o se esista solo nelle parole di chi ce ne ha parlato; o, addirittura, se esista solo nei pensieri e nelle parole nostre: perché nessuno ce ne ha parlato, di questa persona, ma spesso noi la pensiamo e ne parliamo con noi stessi.
Di quale cosa al mondo, potremmo affermare che "è vera"? Io, gran poche. Anche il "cogito, ergo sum", oggi come oggi, è cosa sulla quale lice dubitare.
A dispetto di chi ritiene di "possedere la verità" - e quindi, possedendola, è come muto: ripete sempre le stesse parole, quelle che "sono la verità"; ha perdute tutte le altre parole - io sono felice e mi glorio di parlare della verità; e non ho nessun desiderio di possesso.
La letteratura è due cose: una tradizione, cioè una grande massa di parole che sono lì, risorsa a disposizione; e uno strumento, cioè un sistema di tecniche.
La letteratura non ha alcun valore. È una risorsa, uno strumento; la adopero per i miei scopi. Posso usarla per parlare della verità; quindi mi sta a cuore, la coltivo e le voglio bene; ma le voglio bene per opportunismo, la coltivo perché mi serve; il mio amore disinteressato, così grande che mi autorizzo, per agirlo, a usare cinicamente qualunque strumento o risorsa, è per la verità.
Una volta, mesi fa [aprile 2001], Tiziano mi disse, scherzando ma non scherzando poi tanto: "Sei un talibano". A trascriverla oggi, questa battuta, mi fa impressione: tuttavia capisco l'equivoco. Capisco che è inconcepibile, per molti, questo amore portato a una verità che non si sa chi o che cosa sia. Capisco che è inconcepibile, per molti, un amore che non pretenda di trasformarsi in possesso. Invece è concepibilissimo: amo la verità, e non è per scelta morale o altro che non la possiedo; non è che io mi rifiuti nobilmente di possederla, pur potendolo; è che non si può possedere la verità, io non posso, e stop. È concepibilissimo amare una verità che non si sa chi o che cosa sia; sapessi chi o che cosa è, non la amerei: la adopererei.
"Ma", mi è stato detto cento volte, "tu sei cattolico…". Sì, è vero. "E allora come fai a dire che non possiedi la verità, che non sai chi o che cosa sia…".
In quanto sono cattolico, non possiedo la verità e non so chi o che cosa sia. Posso dire che "Gesù Cristo è la via, la verità e la vita": ma questa frase è forse dotata di senso? Di questa frase posso parlare all'infinito, ma non posso "possederla". Posso contemplarla, ammirarla, scrivermela sulla porta: non posso "possederla". Posso saperla a memoria, come le galline. Posso scimmiottarla. Posso esibirla in pubblico. Posso meditarla. Posso interpretarla. Non posso "possederla".
Pensate a quanto poco si riduce la "verità" cattolica. Un solo precetto morale: "Ama il prossimo tuo come te stesso, e dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente". Quanto a che cosa sia l'amare - ossia: a che cosa sia la verità che questo precetto imporrebbe di agire - sono duemila anni che se ne discute. Di quanti atti che ho agiti nei miei quarantun anni di vita, posso dire: "Questo è un atto d'amore, un atto vero?". Nella vita di tutti i giorni posso dirlo, è così approssimativa. Ma - dobbiamo ringraziare il Novecento, per questo - difronte a me stesso non posso dirlo. Perciò non lo dico.
Una sola promessa: "Tornerò". Che cosa sia, questo "tornare", non lo sa nessuno. Ci saranno cieli e terre nuove; avremo un'altra vita; il nostro corpo tornerà qual era, o addirittura più glorioso; abiteremo presso dio: sono tutte ipotesi, ricavate da promesse confuse e non di rado contraddittorie. L'aldilà: che cosa ne sappiamo? Niente di più, dobbiamo convenire, di ciò che ne abbiamo immaginato.
Perciò rivendico il mio diritto di dire: "Non possiedo la verità", "Non so chi o che cosa sia la verità"; e insieme, rivendico il mio diritto di "parlare della verità"; ne parlo come posso, con lo strumento e le risorse che mi sono più congeniali, che forse per caso ho trovati sulla mia strada: la letteratura.
La letteratura non ha altra utilità. Non serve a consolare, non serve a distrarre, non serve a riposare, non serve a estraniarsi, non serve a fantasticare, non serve a non pensare alla guerra; la letteratura serve a parlare di ciò che non sappiamo chi o che cosa sia, di ciò che non possederemo mai.
Il Novecento si è affacciato su questa scoperta: che la verità non si sa chi o che cosa sia, e che non si può possederla; ne ha dedotto, ripetendo il peccato originale, che la verità non esiste; e ha continuato a usare la parola "verità" solo in significati limitati - la "verità scientifica", per esempio, o la "verità giudiziaria" -; che è come un farsi beffe della verità che in quanto tale, se è tale, non sopporta predicati; o, se li sopporta, li accetta come incarnazioni momentanee e non certo come definizioni.
Ma il Novecento, grazie al cielo, è ormai finito e spacciato; e io ben volentieri mi affido al mio sogno-desiderio, che è rivolto verso la verità. Non posso più cadere nella trappola dello scetticismo: che è un bell'oggetto intellettuale, ma non serve a niente. So che il nichilismo è pieno d'amore per la verità - cerca di sedurla sottraendolesi, memore di quanto lei ha detto: "Io sono una verità gelosa". So che ciò che nella vita di tutti i giorni chiamiamo "verità", ossia il complesso di immaginazioni e discorsi sul conto della verità che nel momento presente adoperiamo, appartiene alla storia: è transeunte, si sarebbe detto una volta; è nella storia, ha una storia.
La letteratura serve quindi per parlare della verità. Ne parla come può, per mezzo di rappresentazioni o di immaginazioni, per speculum et in enigmate. È smisuratamente ambigua, la letteratura, perché nel momento in cui leggi tutto ciò che leggi ti pare vero, e nel momento in cui non leggi tutto ciò che hai letto ti pare non vero. Non posso negare che la mia vita reale sia stata determinata assai più da narrazioni di cose con ogni probabilità non vere che da narrazioni di cose con forti probabilità vere: e qui suo l'aggettivo "vere" nel suo senso più banale e terraterra.
Ma io so questo: che se vi raccontassi la mia vita, così come è stata dalla nascita a oggi, sulla scorta della mia memoria e di documenti e testimonianze; se cercassi, nel raccontare, di mettere in atto la più completa sincerità, di essere onesto quanto più e possibile essere onesto; di non nascondere nulla; di non enfatizzare nulla; di mettervi sotto gli occhi in somma la mia vita così come essa è veramente stata, dalla nascita a oggi; bene, farei lavoro d'invenzione.
Che cosa sia l'invenzione; come l'invenzione sembri essere l'unico atto che ci permetta di parlare della verità senza cadere nella pretesa di sapere chi o che cosa essa sia o nella tentazione di volerla possedere; questo, spero, sarà oggetto di discussione disinibita tra chi, oggi come oggi, si dedica alla letteratura.
Ma perché non fare altro, piuttosto che fare letteratura? Le risposte vocazionali, ovviamente, hanno senso soltanto per chi se le dà; che Tizio o Caio si sentano nati per la letteratura è faccenda che interessa solo a loro. Io non ho mai sentita la vocazione per la letteratura; la considero una risorsa e uno strumento.
La tentazione di fare altro è forte. La tentazione di fare altro senza smettere di fare letteratura è altrettanto forte. Provo a dire: proviamo a continuare a fare letteratura, e proviamo a smettere di fare della fiction.
Definisco "fiction" un testo in cui il parlare della verità è subordinato alle specifiche della narrazione industriale. La narrazione industriale è ciò che ci viene chiesto da quei soggetti che ci trattano come dei fornitori di libri. Un'azienda di mobili ha i suoi fornitori di legname, di minuteria metallica, di colle, di vetrerie ecc.; un'azienda editoriale ha i suoi fornitori di libri: i cosiddetti scrittori. Ogniqualvolta mi sento trattato come un fornitore di libri, so che il mio interlocutore è un avversario: infatti, mi chiede della fiction.
Proviamo a fare dei libri che non siano fiction e che siano pieni d'invenzione.
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