Piersandro Pallavicini è nato nel 1962. Lavora come ricercartore in chimica presso l'Università di Pavia. Ha pubblicato il romanzo Il mostro di Vigevano (peQuod, 1999), la raccolta di racconti Anime al Neon (Fernandel, 2002) e i testi saggistici Quei bravi ragazzi del rock progressivo (Theoria, 1998) e Riviste Anni 90 (Fernandel, 1999). Il suo romanzo Madre nostra che sarai nei cieli uscito presso Feltrinelli nell'anno 2002. Scrive di narrativa italiana sulle riviste Pulp e Fernandel.
Romanzi polimaterci, anzi: eterocellulari
[...] 5 - pensare, elaborare, sfondare
Ecco, allora, finalmente, dove vorrei che andasse la letteratura oggi. Ecco quel che vorrei leggere, e quello che - per forza di cose, visto che sono qui come scrittore - quello che vorrei provare a scrivere.
Sento il bisogno di romanzi pensanti, di romanzi ribollenti di elaborazione.
Sento il bisogno di romanzi (già, romanzi, perchè questo proprio non riesco a figurarmelo col passo breve dei racconti) romanzi che taglino la nostra storia e il nostro mondo lungo percorsi trasversali e non già battuti. Che seguano sentieri pericolosi (pericolosi soprattutto per chi scrive), che chiamino a sè molto e molto di più di quel pochissimo che oggi chiama a sè la scrittura di gran parte degli italiani.
Romanzi che non esitino a mettere in campo la storia e la scienza, che non abbiano paura di raccontare di politica, di etica. Di arte e di sesso.
E che lo facciano senza l'orrendo guardiano del politicamente corretto, che lo facciano cioè col coraggio di mandare a quel paese il conformismo, il messaggio giusto, l'adesione scoperta alla morale corrente, l'intento educativo, l'inquadramento in uno schema idelogico, la sitemazione dentro la griglia ipocrita della "società civile". Romanzi totalmente sinceri. Che se ne freghino insomma del terrore immobilizzante che trattiene uno scrittore dal mettere in campo personaggi e storie diseducative, o detestabili, o persino razziste, o disgustose.
Questo - il politicamente corretto, il formalmente carino, l'allegro incoraggiante, l'eticamente positivo - è il contenitore rigido entro cui sta l'idea del mondo e la descrizione che ne fa troppa letteratura. Se devo essere proprio sincero, sono stufo di leggere compitini di letteratini o romanzi finto-shock copiati dai telegiornali. Ne ho le tasche piene.
Mi piacerebbe che il contenitore, lo stampo, fosse spaccato. Sfondato. Mandato in mille pezzi da un'esplosione. Mi piacerebbe che l'energia di quell'entità davvero un po' speciale che deve essere lo scrittore corresse fuori libera, lavica, atomica.
E vorrei che questo fosse fatto però senza sdottorare, senza insegnare niente a nessuno. Senza didascalie e istruzioni per l'uso. Senza l'"adesso vi dico io come è giusto che siano le cose." O d'altra parte - lo scrivo lo stesso, per quanto ovvio - senza fare il filo, rischiando il ridicolo, a un atteggiamento trasgressivo o scioccante fine a sè stesso.
Vorrei, insomma, che questa liberazione d'energia fosse fatta cercando sintesi, perseguendo intuizioni, dando carta e inchiostro ai sogni e, più di ogni altra cosa, alle premonizioni e alle illuminazioni di quell'entità almeno un po' speciale che dovrebbe essere lo scrittore.
6 - romanzi polimaterici, anzi: eterocellulari
Di conseguenza...
Di conseguenza temo che la lunghezza sia necessaria. Che ci vogliano romanzi grandi, e pieni di sostanza, e di sostanza non fatta di un materiale solo. Romanzi polimaterici. Romanzi che siano un'organizzazione superiore di un'organizzazione più vasta di un'organizzazione complessa di materiali diversi. Anzi, di più: romanzi vivi, e complessi. Romanzi come organismi completi, "più-che-monocellulari". Eterocellulari.
Sì, credo che ci vogliano, in un romanzo, più cellule narrative, ognuna con una sua funzione forte, un suo scopo, un suo progetto, e che queste cellule interagiscano, nello stesso romanzo, a dare un'entità più estesa, che tutte le comprende, e le tiene insieme, e le connette nel modo giusto, e le dispone nella forma e sequenza corretta affinchè una nuova funzione globale, non posseduta da nessuna singola cellula, sia generata: affinchè dal romanzo esca conoscenza, intuizione, visione, illuminazione.
Così che - fantasticando, abbandonandomi definitivamente alle metafore più ardite - il lettore irradiato, agito, contaminato dalla lunga esposizione alle pagine contragga quei germi, generi quelle endorfine, sviluppi le masse di pensiero mutante che lo mettano in condizione, se lo vorrà, di gettare uno sguardo e magari anche d'interpretare almeno un frammento in più di questo mondo disperato e complicato.
7 - rischiare la fucilazione, rischiare di deragliare
Infine: chiaro che così si rischia. Che così chi scrive rischia. Per un paio di motivi ovvii:
i) un romanzo di grandi dimensioni è di per sé difficile da tenere insieme, l'intreccio ha buone probabilità di deragliare, l'appesantimento è il rischio che si corre;
ii) se ci sono delle elaborazioni di pensiero, se c'è un ragionare più che terra-terra, magari non ironico e semplicemente franco, si corre il rischio di essere "impallinati": dicendo la verità, sproteggendosi, togliendo gli schermi delle correttezze politiche e gli schemini della morale o le eleganze formali della bella letteratura, e spogliandosi dunque, e mettendo cervello e anima vivi nelle proprie pagine, si rischia di passare per ingenui. Se ci mettiamo più di uno straccio di idea, in questi romanzi, il rischio è che per queste idee poi ci prendano per i fondelli.
Non è così?
È al 100% così!
Ma io dico va bene, per quel che costa: rischiamo.
Se no cosa scriviamo a fare?
E mi rispondo da solo: per mettere il nostro nome su una copertina, per fare dei soldi, e anche per divertirci. Perchè scrivere è bello anche se si scrive da soavi epigoni di Pelham Grenville Wodehouse.
Non sto affatto facendo dell'ironia: tutte queste motivazioni, tutti questi "motori di scrittura" mi vanno benissimo, sono accetabili, sensati.
Ma mi piace credere che esista un gruppo di scrittori (e molti oggi sono qui) che scrive per qualcosa di più. Che scrive perchè ha delle cose da dire, perchè queste cose gli esplodono dentro e sente di doverle buttare fuori, e perchè scrivendo cerca di chiarire a sè stesso - e poi magari anche ad altri - qualche nuovo dettaglio fondamentale sul mondo orribile e complicato in cui ci siamo ritrovati. Quello di prima dell'undici settembre e quello del dopo.
Che sono quasi esattamente la stessa cosa.
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