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  CHRISTIAN RAIMO
Christian RaimoChristian Raimo, nato, cresciuto e vivente a roma, ventisei anni, ha lavorato in diverse case editrici, collaborato a "Diario", scritto Latte edito nel 2001 da minimum fax.

Alcune considerazioni (spero) banali

[...] Prescindiamo per un momento dalla drammaticità degli attentati e dalla loro capacità euristica, e andiamo a leggere i bollettini medici pre-11/9. Quali sono le malattie più diffuse nella letteratura occidentale oggi? Quali le geremiadi sullo stato dell'arte che ci è spesso capitato di ascoltare?
Le problematiche della letteratura attuale semplicemente riflettono ed estremizzano le impasse, i cortocircuiti della rappresentazione nella società come si dice dell'immagine, o meglio del rapporto non pacifico che abbiamo con il reale. Partiamo con un esempio comodo: dal Nome della rosa, forse l'ultimo romanzo italiano che abbia coniugato attenzione da parte della critica con il grande successo popolare, e sia ormai entrato nel canone dei classici del Novecento. È più semplice analizzare questo libro rispetto ad altri per il semplice motivo che Eco, tre anni dopo la pubblicazione, fece uscire le famose Postille, una sorta di teoria letteraria in miniatura che, tra le altre cose, metteva sul piatto le difficoltà e le speranze di uno scrittore che si trovava a mettersi in gioco in un contesto letterario in cui la sensazione più forte fosse quella dell'esaurimento (per usare un termine coniato da John Barth). Di fronte a un contesto in cui temi e linguaggi sembrano logorati, una delle soluzioni che prospetta Eco è quella dello stracosiddetto post-moderno: "La risposta post-moderna al moderno sta nel riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto, perché la sua distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente. Penso all'atteggiamento post-moderno come a quello di una donna, molto colta, e che sappia che non può dirle 'Ti amo disperatamente', perché lui sa che lei sa (e che lei sa che lui sa) che queste frasi le ha già scritte Liala. Tuttavia c'è una soluzione. Potrà dire: 'Come direbbe Liala, ti amo disperatamente'. A questo punto, avendo evitata la falsa innocenza, avendo detto chiaramente che non si può più parlare in modo innocente, costui avrà detto alla donna ciò che voleva dirle: che la ama, ma che la ama in un'epoca di innocenza perduta. Se la donna sta al gioco, […] entrambi saranno riusciti ancora una volta a parlare d'amore. Ironia, gioco metalinguistico, enunciazione al quadrato…" . Sono stati sufficienti pochi anni perché questo tipo di soluzione diventasse il problema, un cul-de-sac da cui è ancora più difficile districarsi. La patologia principale potrebbe essere definita (a seconda dei gusti per i neologismi) "cancrena della scepsi", "sindrome della vittoria del genio maligno" o "ironionosia" (malattia dell'ironia). Per individuarne il primo sintomo si possono citare le parole dell'introduzione di un pamphlet di Jedediah Purdy, uscito negli Stati Uniti nel 1999 intitolato For Common Things: "Perché il mondo ci sembra così svuotato? Innanzitutto perché siamo persone raffinatamente autoconsapevoli. Intorno a noi, le pubblicità fanno la parodia della stessa idea di pubblicità, nelle sitcom l'argomento preferito sono le stesse sitcom, e i consulenti d'immagine ci descrivono a menadito le tecniche per trasformare e vendere una personalità come prodotto. Noi non possiamo avere un momento intimo, non possiamo immaginare delle parole nostre private che indichino affetto, compassione, o ripulsa che non abbiamo già sentito pronunciare su un grande schermo di fronte a un pubblico di centinaia di persone. Non possiamo parlare di riparazione o di rammarico facendo finta di ignorare l'uso cinico e quasi moralmente pornografico che i politici fanno di queste parole. Anche nel nostro rapporto solitario con la natura, andando in bici per una strada di campagna o durante un'escursione per un sentiero di montagna, noi ironici e alienati ci rendiamo conto che questo piacere è già stato anticipato dai cataloghi delle agenzie turistiche, dalle foto sulle riviste, dalle pubblicità che promettono un angolo incontaminato di vita bucolica. Per cui percepiamo un senso di irrealtà in ciò che diciamo e anche in ciò che pensiamo. Tutto ciò lo sentiamo come superficiale, tutto questo appartiene a qualcun altro, non a noi; e forse non c'è nulla che possiamo sentire nostro. L'atteggiamento ironico esprime proprio questa consapevolezza e insieme il desiderio di non appoggiare il peso della nostre aspettative sulla scenografia allestita da qualcun altro". Il secondo sintomo, speculare a questo, si può esplicare con un poster dei Simpson che si trova su milioni di bancarelle. Tutta la famiglia sta facendo un pic-nic in mezzo a uno splendido paesaggio naturale: una vista meravigliosa, un tramonto sublime. Ma i Simpson sono tutti intenti a contemplare un televisore piazzato vicino alla tovaglia del pic-nic, che mostra uno scenario assolutamente identico a quello in cui si trovano.
Ciò che dice Purdy con un flagrante moralismo, o quello che indica il poster per me non ci deve far concludere che la nostra è una realtà degenerata, una versione postrema e paradossale di ciò che vuol dire fare esperienza. È così e basta. Fa parte del nostro modo di vivere, questa difficoltà di esperire il reale se esso non è filtrato attraverso uno schermo. È anche questa un'esperienza, né particolarmente inebriante né particolarmente detestabile. Siamo tutti i benvenuti in un'epoca in cui siamo assolutamente consapevoli che la visione acuta dei fenomeni del mondo è esso stesso un fenomeno. E così via. L'aveva già detto in un certo senso già i filosofi della logica agli inizi del ventesimo secolo. Allora, che gusto si prova a essere acuti? Che divertimento c'è a essere ironici?

  di G. Genna
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   data: 5 giu 2002 protezione contenuti: assente Aiuto  

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