Gian Mario Villalta (Visinale di Pordenone 1959) ha scritto poesia in dialetto (Vose de vose/ Voce di voci, Campanotto, Udine 1995) e in italiano (L'erba in tasca, Scheiwiller, Milano 1992). Ha scritto sulla poesia e sull'estetica contemporanea per numerose riviste, pubblicando nel 1992 la monografia La costanza del vocativo. Lettura della "trilogia" di Andrea Zanzotto (Guerini, Milano) e nel 1996 lo studio La mimesis è finita (Mucchi, Modena). Ha curato (con Stefano Dal Bianco) la pubblicazione del "Meridiano" Mondadori dedicato a Zanzotto: Le poesie e le prose scelte (Milano, 1999) e, sempre di Zanzotto, l'"Oscar" Mondadori degli Scritti sulla letteratura (Milano 2001). Nel 2000 è uscito il libro di narrativa Un dolore riconoscente (Milano, Transeuropa). Un suo monologo teatrale, Lezione (1997), è stato prodotto dal Centro Teatrale Bresciano per la regia di Cesare Lievi.
Dalla mia postazione alla periferia dell'impero
... scrivo. Non le mie opinioni, ma qualcosa che mi aiuti a immaginare la realtà, come può fare una poesia, per quanto niente che riguardi direttamente il crollo delle Torri e la tragedia afghana sia nominato. Qualche tempo fa infatti mi è stata richiesta una poesia sulla guerra, questa guerra, da una rivista che intendeva allestire un numero speciale sull'argomento. Dalla mia postazione sul fronte occidentale ho mandato la poesia che segue, scrivendo all'amico che mi aveva interpellato "questa è per me la migliore poesia su questa guerra che avessi potuto scrivere". L'originale è scritto nella lingua del suo protagonista, un dialetto veneto.
Per comprendere meglio, è necessario sapere che molti Indiani e Pakistani (spesso immigrati clandestinamente) lavorano nelle stalle del Veneto e del Friuli come bovari. Pregiudizio positivo dei loro "datori di lavoro" è che questi uomini sono più adatti di altri a questo compito e del tutto affidabili perché nel loro paese le vacche sono sacre.
Anticipo la trascrizione in italiano, dove ho cercato una prosa accettabile:
Rico e giòn
Lui dice Giòn. Si scrive John. È ancora un uomo quando grida che è lui il padrone - la testa tesa da tacchino, stupida e offesa, grida beccando l'aria: "Giòn, bastardo, Giòòòn! Che stai mangiando, cosa porti via? Un nettamerda e così sia, ecco che cosa sei: un nettamerda - mi rispondi, Giòòòn? o dormi...
A dormire... razza di porci, neanche portarmi una goccia d'acqua, senti che soffoco, qua, una smania... Non per caso si dice "far l'indiano"... È mica buono, si sa, fare l'indiano...
E bravi, sì!, dietro alle bestie, sempre, la testa bassa, lo so io chi... prega le vacche vostre, nettamerde! Prega che da qui non posso alzarmi, se no vi mostro io: subito via, tu e tuo figlio, via nelle Indie, a casa vostra, in porcodio - quella testa di cazzo figlio mio, pensa solo a dormire la mattina, non capisce che si guasta la radice, così vicina... sta in villa, lui, mio figlio, e tu come ti pare... si guasta la radice, se cresce così vicina... steso - io - su questo letto, sudato che una capra... a gridare...
mi ha detto: è meglio per conto tuo, papà, due stanze al piano terra, niente scale... gli Indiani di là della parete: se ti occorre di notte chiami, corrono, sono bravi - averli è una garanzia per le stalle... così mi dice, eh Giòn?"
... il vecchio tira su la testa, si sputa in mano guardando il muro, e batte il pugno - sul muro - lo accarezza lisciandolo sempre più piano, finché è tiepido anche il muro, e si addormenta con la mano bianca chiusa.
"Giòn, brutta razza - marcia religione di vacche, dove si accende il televisore?".
Non mangia quasi niente, grida, grida.
Quando Giòn arriva trova il televisore a tutto volume, il vecchio insozzato da ripulire.
Dopo va nella sala di mungitura a fare la doccia cantando "What is love?", che muore, il vecchio, lo sa, Giòn - c'è fretta? - e ride, muore, il vecchio muore - "This is love".
Rico e Giòn
El dise Giòn. Se scrive John.
L'è ancora un on co'l siga
che l'è paron, la testa da piton
stupida e ofesa, la beca l'aria "Giòn,
bastardo, Giòòòn!
Cossa te magna, cossa te porta via?
Un neta merda e così sia, un neta merda
te sè e te resta - dove situ Giòòòn?.
Senpre dormir, dormir, rassa de porchi,
gnanca portarme na giossa de aqua,
sinti che sofego, qua, che smania...
Se dise no par caso "far l'indian"...
non l'è na roba bona far l'indian...
Paré tant bravi, senpre drìo a le bestie,
senpre la testa bassa, lo so mi chi...
preghé le vache vostre, neta merde!
Prega che no posse pi levarme,
se no ve farìa véder, mi: intanto via,
in India, ti e to fiol, sul porcodio,
a casa vostra - me fiòl l'è un gran teston,
el pensa sol a dormir la matina,
no'l capisse che se magna le radise
cussì vissine... el sta in vila, me fiòl,
e ti come te par... se magna le radise
se le cresse vissine... e mi ligà
a sto let, sudà come na cavra...
sigàr par gnent... l'è meio par to conto,
pare, el me diss, do stanse a piano tera,
gnente scale... da l'altra parte i Indiani,
se te ocore
de not te ciama, i core, i è bravi
- averli l'è na garansia
par le stale...
cussì el me diss, eh Giòn?" el vecio el tira su
la testa, e'l se sputa 'n te le man
vardando 'l muro, e 'l bate 'l pugno
sul muro, i lo caressa
lissàndolo
senpre pi pian
fin che l'è tiepidì anca 'l muro
e 'l se 'ndormensa co' la man maciada strenta.
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"Giòn, genìa - strassada
religiòn de le vache, dove se inpissa
la tivisiòn?".
No'l magna squasi gnent,
el siga, el siga.
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Quando che Giòn l'ariva
el trova la tivision
che va, el vecio sporcà
da netar fora.
Co' la finìo el va a la mungitura
a far la docia cantando "What is love?",
el more, el vecio, i lo sa, Giòn
no l'à premura, el more, el ride, el more, "This is love".
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