Politiche di massa che si disinteressano della gente. Macchine che sfruttano un meccanimo fordista: la creazione di suggestioni e di fenomeni da baraccone che incantino le folle, perché consumino. A uscirne consumata, alla fine, è proprio la letteratura. Chi sono questi colossi che i piccoli editori additano a cattivo esempio? Ecco i grandi gruppi editoriali, con qualche pettegolezzo in stile Clarence e qualche cruda verità.
Mondadori - Il gruppo Mondadori possiede molti e diversi marchi, ma non pratica la politica dei marchi differenziati, che ha fatto il successo del Gruppo Longanesi. Einaudi ed Electa se ne stanno a parte, rispetto alle decisioni prese a Segrate, il che andrebbe anche a merito della casa milanese. Tuttavia, Mondadori è davvero il prototipo del gigantismo senza qualità che affossa la piccola editoria di qualità. I supertascabili lanciati da Gian Arturo Ferrari, i ponfi alla Ramses che si sono tramutati nei tonfi alla Napoléon, la pubblicità televisiva pompata come linfa artificiale nel cadavere del mercato editoriale italiano, non sono nulla a confronto dei microtentativi di "rifare catalogo": basti pensare alla rovinosa conduzione della collana Scrittori Italiani e Stranieri...
Longanesi - Vale lo stesso discorso fatto per Mondadori, con la differenza che c'è qui una politica della differenza, estranea a Segrate. Longanesi, infatti, possiede marchi come Guanda, Corbaccio e Ponte alle Grazie, dove l'ansia di entrare nel mainstream culturale ha fatto crescere, come funghi mostruosi, tematiche scabrose e autori inimmaginabili (quasi tutti irlandesi, strafatti di acidi e disoccupati). Valga per tutti l'esempio del libro di Soros, spacciato come messianesimo capitalista, quando viene pubblicato addirittura Von Salomon da Ponte alle Grazie... Ecco come si concreta un'accusa mossa dai piccoli editori: grosse confusioni, marmellate culturali dove c'è di tutto e di più, hard discount che vomitano, indifferentemente, bianco e nero. Uno pensa che sia democrazia: invece non lo è.
Einaudi - La creazione posticcia del fenomeno Cannibale è soltanto un esempio della incoerente politica editoriale di via Biancamano. L'amministratore delegato Vittorio Bo ha un bel fare a vantarsi di avere in catalogo gli ultimi tre Nobel per la letteratura, quando poi è colpa di Einaudi se all'estero hanno smesso di comprare gli italiani, pensando che siano dei cloni di Brett Easton Ellis dieci anni dopo che l'americano ha smesso di scrivere cose interessanti. Un consiglio? Chiudere Stilelibero senza rimpianti e smettere di pensare a una collanina economica "rosa" sul modello di Harmony.
Adelphi - Qui si passa, dal codone distruttivo di Godzilla, ai fetidi artigli: poco visibili ma letali. Il re e la regina dei salotti sono loro, Papa Calasso e Papessa Jaeggy, che pensano di fare grande editoria e invece fanno tradurre male i loro libri e vincono soltanto se compiono operazioni alla Guglielmi: come quella che ha portato sugli scudi Ferrandino, uno scrittore sì bravo, ma siccome l'ha fatto Adelphi... Si vede che la mazzata inflitta da Labranca, autore di un irresistibile parodia calassiana, proprio non è servita a nulla. Ah... Sarebbe bello linkare direttamente al sito ufficiale Adelphi, solo che Adelphi, il sito, non ce l'ha. Internet è troppo rozza e volgare, vero?
Feltrinelli - Qui bisogna fare un distinguo. Con tutta probabilità, i piccoli editori ce l'hanno con le Librerie, fino a ieri regno del maestoso patriarca Montroni. Sembra insolita, la situazione italiana, e lo è davvero: le Librerie Feltrinelli decretano, decidendo spazi e tempi di esposizione, il successo o meno di un titolo. Va detto, tuttavia, che i maggiori successi dei piccoli editori, da Castelvecchi a Fazi, sono dovuti proprio all'illuminismo montroniano.
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