La
forbice della povertà -
"Ciò che maggiormente preoccupa per
il XXI Secolo è il drammatico ampliamento
delle diseguaglianze economiche e sociali, sia
all'interno degli stati sia tra regioni e
paesi". Con queste parole lo storico
britannico Eric J. Hobsbawn iniziava, sulle
pagine di Repubblica del 9 gennaio 2000, il suo
articolo su povertà, lavoro e
diseguaglianze. E' recente la
pubblicazione di una sua intervista rilasciata
ad Antonio Polito (Intervista sul Nuovo Secolo,
Editori Laterza) in cui lo storico fa il punto
sulle crisi sociali ed economiche delle moderne
democrazie occidentali. La questione su cui Eric
Hobsbawn pone l'accento sono i rischi sociali
legati al rapido mutamento della struttura
economica mondiale. I processi globalizzazione,
che da qui a cinquanta anni diverranno sempre
più marcati, contribuiscono a creare
sacche di povertà non solo nei paesi
più poveri del pianeta, ma anche
all'interno dei confini europei. L'Unione
Europea conta già oltre venti milioni di
disoccupati, cinquanta milioni di poveri e oltre
cinque milioni di senzatetto. I temi legati
alla diseguaglianza e al disagio sono cari a
molti intellettuali, editorialisti, filosofi.
Siano essi di sinistra o di destra non importa,
il dato di fatto è che il secolo scorso
si è chiuso con una grossa incognita per
tutto l'Occidente industrializzato: che
fine farà il Lavoro? Come andrà
affrontata la più impegnativa delle scommesse
che il sistema capitalistico si trova a dover
risolvere per il XXI secolo, quella della
disoccupazione? Nelle nazioni
industrializzate l'esercito dei
disoccupati è composto in gran
maggioranza da giovani. E le file di questo
ipotetico esercito sono composte da persone che
inevitabilmente vanno ad accrescere le schiere
degli emarginati, dei disadattati che non hanno
i mezzi per trovare uno spazio all'interno
di società, di aziende, di istituti che
richedono uomini e donne sempre più
dinamici, più flessibili, più
informati e tecnologizzati per stare al passo
con i tempi. E' un paradosso che nasconde
un male endemico del ricco vivere a Occidente.
Di questi paradossi però non si
occupano esclusivamente gli economisti e i
sociologi. Da qualche tempo anche il cinema,
attento specchio delle nostre città e dei
nostri costumi, ha cominciato a mettere a fuoco
queste problematiche. Una scuola particolarmente
attenta a queste problematiche è quella
francese. Registi come Mathieu Kassovitz, Robert
Guediguian, Bertrand Tavernier, Laurent Cantet
hanno fissato le loro cineprese sui disagi dei
giovani nelle periferie, sulla questione
dell'assistenza sociale, sulle
problematiche legate alla globalizzazione, al
lavoro "flessibile", ai conflitti di
classe.
RISORSE UMANE
Conflitti di classe
Un omaggio al lavoro vero, duro, in fabbrica, al
ritmo stressante dettato dalle macchine e
dall'addetto al controllo qualità.
Un omaggio all'orgoglio di chi, dopo una
vita da operaio passata a saldare bulloni, ha il
desiderio di far vedere la "sua"
saldatrice al proprio figlio ormai laureato e
dirigente. Un omaggio a chi ha il coraggio di
opporsi alla vergogna di un'apparteneza di
classe. Un omaggio a chi ha lavorato per educare
quelle persone che hanno il coraggio di dire di
no. Regia di Laurent Cantet, Francia, 1999,
titolo originale "Ressources
humaines"
Il coraggio di cambiare - Un film dedicato a chi
vorrebbe cambiare il proprio lavoro ma è
bloccato dal timore di restare disoccupato e di
non sapere che fare. Un pellicola che può
essere di aiuto per valorizzare gli aspetti di
un mondo che, apparentemente, non ci
appartiene. Regia di Emile Deleuze, Francia,
1999, titolo originale: "Peau
neuve"
Angoscia ai margini - La Palma d'oro del festival della scintillante Croisette di Cannes per un film duro,
schietto, acido. Quasi brutale. Che fa male a vedersi. Rosetta è l'esasperazione della
marginalità. Quella più estrema che si
possa pensare, quasi ... "ricercata". E'
l'immagine su celluloide del calvario di una
diciassettenne che vive su una roulotte in un campeggio
al confine franco-belga. In una regione grigia, dove il
cielo pare avere lo stesso colore che ha una pozzanghera
in un'area industriale dismessa. Rosetta, la
bravissima Emilie Duquenne, vive con la madre
alcolizzata che dissemina il campeggio di tappi di
bottiglie di Martini, che se la fa con un uomo che la
ripaga a bottiglie di superalcolici, che viene sorpresa
in ginocchio di fronte al becero gestore del camping con
la patta dei pantaloni. Rosetta deve pensare a tirare
avanti la baracca e l'unico modo per farlo
è, ovviamente, lavorare. Qualsiasi lavoro. Il
film inizia con le sue urla e le suppliche laceranti per
evitare il suo licenziamento da una fabbrica. Da quel
punto in poi la trama è un affannoso susseguirsi
di ricerche di un posto, senza un sorriso, cadenziate
solo dal cambio degli stivali di gomma che usa nel
Camping Grand Canyon con un paio di buone scarpe di
pelle che nasconde sotto una pietra nel bosco
all'uscita del campeggio. Nel gigiore della
quotidianità Rosetta arriverà a tradire
l'unica persona che le ha offerto, in maniera
estremamente umile, una cena, un ballo, un po' di
calore. Lo tradirà per un'unica questione:
perché ha un disperato bisogno del suo posto di
lavoro di venditore di gauffres. E, come nelle
più classiche guerre tra poveri, per stare a
galla in un'acqua melmosa si combatte senza
esclusione di colpi. E' un film da vedere,
forse troppo estremo, girato con la camera in spalla
senza nessuna ricerca estetica o tecnica. Ma è
proprio per la sua semplicità, per la sua
schiettezza che trova uno spazio per una denuncia e che
offre a noi, opulenti spettatori, uno spaccato di vita
che troppo spesso si tende a ignorare. Regia di Luc e
Jean Pierre Dardenne, Francia/Belgio 1999, titolo
originale "Rosetta".
L'ODIO
Periferie violente - Un crudo ritratto di Sai, Vinz e Hubert. Tre ventenni che racchiudono nei loro volti maghrebini, centrafricani o, pił semplicemente, francesi il dramma dell'emarginazione, della rabbia e della violenza nei quartieri della banlieu parigina.
Regia di Mathieu Kassovitz, Francia, 1995, titolo originale "La Haine". L'Odio
TEMPI MODERNI
La Catena (di montaggio) - Un capolavoro assoluto del cinema. La meccanizzazione dei tempi di produzione sono il pretesto per descrivere, in chiave ironica e struggente, la massacrante condizione del lavoro secondo le logiche capitalistiche e stakanovistiche degli Anni Trenta. Regia di Charlie Chaplin, USA, 1936, titolo originale "Modern Times". Tempi Moderni