L'archetipo filmico dell'ultima pellicola del tecnoregista Paul Verhoven è lo straordinario The Invisible Man girato nel 1933 da James Whale. Si tratta di un autentico cult movie, che consigliamo assolutamente di andare a pescare al più presto in qualche videoteca. Per quale motivo? Perchè James Whale è stato, insieme a Tod Browning, il primo grande maestro dell'Horror. Se qualcuno di voi ha visto Demoni e dei, un'altra chicca da non perdere, conoscerà la storia tormentata di questo genio. Whale fu un'anima persa, devastata dalla propria omosessualità, scossa dalla perversità dei propri desideri, assillata dalla propria diversità. Fu, però, il creatore più poetico dei mostri di celluloide. La figura macchinosa e dolente del Frankestein interpretato dall'indimenticabile Boris Karloff, è forse l'apice dell'immaginazione gotica hollywoodiana. L'Uomo invisibile fu girato nel 1933. Si inserisce dunque all'interno della tematica classica di Whale:l'insinuarsi della diversità, l'affermazione della radicale perversità del cuore umano, l'epifania fisica del male. In tutti i casi la sovversione della legge morale che si manifesta nella Contronatura. Anche nell'Uomo invisibile, come in Frankestein, siamo di fronte allo scatenarsi di un meccanismo pulsionale anarchico che determina la messa al bando del protagonista e , simultaneamente, l'affiorare progressivo dei segni della mostruosità. In questo caso è ancora uno scienziato, il dottor Jack Griffin, che resta soggiogato dagli effetti della propria scoperta. Nel momento in cui scopre il sortilegio dell'invisibilità, ne rimane contagiato psichicamente. L'invisibilità lo sottrae alle leggi della società e degli uomini. Ma appunto questo lo rende diverso e, perciò, mostruoso. Whale inventa una magistrale soluzione per rendere visibile la sofferenza corporea dell'invisibilità. Jack Griffin, interpretato dall'impareggiabile Claude Rains, si aggira ogni tanto avvolto in un bendaggio che lo rende presente agli occhi degli altri. Ma questo involucro di garza e stoffa rappezzata, che cela vanamente il minaccioso vuoto e l'evanescenza morale del dottor Griffin, rappresenta un Golem spaventoso e commovente, vittima della persecuzione del Male e assalito dalla maledizione degli uomini. Il confronto tra Whale e Verhoven, si capisce bene, è improponbile. Certamente il pathos di Invisible man è sparito. Ma se Verhoven aveva saputo costruire efficacemente la messa in scena di Robocop, abusando del cinismo del proprio talento, resta qui estraneo alla malinconia dell'Uomo invisibile. La freddezza calcolata del suo congegno cinematografico mal si addice ai alle ombre dell'Uomo senza ombra.