Per la serie: come andare su Marte per riscoprire se stessi. In un futuro molto prossimo (toccatevi) la Terra sta per andare incontro alla distruzione. Troppi umani, troppo sfruttamento. L'unica via di scampo è quella di creare delle colonie sui pianeti circostanti. La Nasa, longa manus spaziale dell'imperialismo americano, decide di mandare una spedizione sul Pianeta Rosso per testarne l'abitabilità. Ogni componente del gruppo è un esperto del suo settore. Le difficoltà non tardano ad arrivare, perchè le condizioni ambientali di Marte si presentano fortemente avverse. Gli effetti speciali non mancano e la scenografia virtuale è perfetta. L'acme della fabula cinematografica arriva proprio quando Carrie Anne Moss (il comandante Bowman) prende in mano la situazione, riuscendo a salvare almeno una parte dell'equipaggio della spedizione. E l'impresa non è certo facile: la navicella in arrivo su Marte viene subito danneggiata da una pioggia di particelle solari, l'accampamento spaziale viene distrutto, i compagni di missione rischiano quasi tutti di morire tragicamente. Eppure, la dura Bowman, non si lascia sfuggire di mano la situazione e riporta a casa tutti, salvando il salvabile. Se il lieto fine è obbligatorio per motivi di marketing americano (gli statunitensi non vanno a vedere un film che finisce male), il regista Anthony Hoffman si distingue nell'approfondimento psicologico dei personaggi. Che, alla fine diventano persone. Avventura esorbitante fino a diventare ironica. Ma con quel qualcosa in più che lo rende diverso dagli altri. Non solo effetti speciali, per fortuna...