"Perché, se aspettiamo troppo a lungo, rischiamo di scoprire che la vita non è una partita vinta o persa… ma semplicemente una partita che, troppe volte, non è stata giocata affatto". A volte basta un'epigrafe a condensare il senso di un film e questo è il caso di Scoprendo Forrester, l'ultima fatica cinematografica targata Gus Van Sant, da oggi in uscita nelle sale italiane. L'ex "bello e dannato" del cinema Usa ha infatti perduto la rabbia giovanile, si è imborghesito strada facendo e si è messo a filosofeggiare usando la macchina da presa. La critica e la violenza radicale dei film degli inizi (Drugstore cowboy, 1989, e Belli e dannati, 1991) si sono stemperate con il passare degli anni. O meglio, il suo sguardo ha perso in furiosa cattiveria e acquistato in profondità e raffinatezza d'analisi: come dimostrano Da morire (1995), in parte Will Hunting-Genio ribelle (1997) e soprattutto questo nuovo Scoprendo Forrester. Un'evoluzione naturale, forse necessaria. Perchè che lo si ami o meno, Van Sant è senza dubbio una figura indispensabile nel piatto panorama del cinema del terzo millennio. Tanto che un famoso critico ha scritto: "Non si va a vedere un film di Van Sant per essere intrattenuti. Si va a vederlo perché si vuole diventare dei guerrieri migliori". Migliori guerrieri di che? Ma, naturalmente, di un mondo migliore.
Un mondo che in Scoprendo Forrester è però migliore grazie soprattutto a Sean Connery. Il vecchio leone scozzese dà sangue e corpo al personaggio di un misantropo scrittore settantenne che fa da pigmalione a un adolescente (il debuttante Rob Brown, una vera forza della natura) posseduto da uno smisurato talento: anche il ragazzo un giorno sarà uno scrittore di fama. Ed è proprio la bravura del vecchio Sean e del giovane Rob a salvare il film dalla nefasta abbondanza di stereotipi e trovate narrative politically correct. Senza di loro il film non riuscirebbe infatti a uscire in maniera decorosa dal tunnel di clichés costruito dallo sceneggiatore Mike Rich. Tanto per fare qualche esempio:
- lo scrittore, oltre che essere vecchio e misantropo, è eccentrico, vive in un polveroso ma charmant appartamento nel famigerato Bronx newyorkese dove si è ritirato da quasi cinquant'anni, ha pubblicato un libro diventato bestseller, ma dopo non ha più scritto nulla (non vi ricorda qualcuno? Che so, quel J.D.Salinger autore del mitico "Il giovane Holden"…).
- Il giovane è invece nero, vive nel ghetto e gioca a pallacanestro, ma ha un sogno nel cassetto che i suoi amici di playground rigorosamente non conoscono: scrivere, diventare uno scrittore. Sarà però il basket a strapparlo dalla sfigata scuola pubblica per catapultarlo in uno dei licei più esclusivi di Manhattan, dove (of course) sono tutti ricchi whasp (white, anglosaxon, protestant) e dove (sempre of corse) lui riuscirà a vincere la difficilissima battaglia per uscire davvero dal ghetto del "nero che riesce nella vita grazie alla pallacanestro"…
Ancora una volta, insomma, il vecchio leone scozzese ruggisce in faccia alla mediocrità dei copioni che gli propongono e rende affascinanti ruoli che se no rischierebbero di passare inosservati. Questa volta, però, Connery supera se stesso: forse anche per merito di Van Sant, un regista capace di tirare fuori il meglio dai suoi attori. Il risultato finale è un film che, ci scommetto il mio misero stipendio, sfonderà al box office!