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  KATHRYN BIGELOW
Kathryn BigelowKathryn Bigelow configura il cinema d'azione come lo spazio esistenziale principe delle tensioni e delle contraddizioni del cruento vivere contemporaneo. Blue Steel e Point Break hanno soggiogato il pubblico e spiazzato la critica con il fascino ambiguo di tematiche complesse e "malefiche", con l'apertura delle panoramiche ed i ritmi sincopati a cui si affida la macchina da presa. Ecco alcune sue dichiarazioni in un'intervista rilasciata a Paolo Vernaglione durante un festival cinematografico riminese.

Il suo cinema ci presenta la realtà tecnologica del mondo, ma in quale senso?

"La tecnologia avrà un'influenza molto forte nel cinema e sull'essenza di ogni film. Non bisogna averne paura. Ha influenzato sempre l'arte, e oggi con le immagini digitali i mutamenti saranno fortissimi. Ma tutto questo non deve far perdere di vista la posizione personale del regista, che è una persona, e allora bisogna sempre pensare che alla fine sarà quello sguardo umano a determinare le cose".

I suoi film sono anche una riflessione sulle immagini...

"L'immagine per me è importante. Io nasco pittrice e poi mi sono convertita al cinema. Essendo il cinema un medium visivo, era importante per me verificare cosa può fare con le immagini. Qui è stato presentato il mio primo cortometraggio Set Up. Ecco, quel film diceva proprio questo, analizzava il rapporto tra cinema e immagine. E attraverso questo analizzava la psicologia, il sesso, la violenza. Non lo vedevo da dieci anni. Oggi mi sembra molto primitivo, ma il mio interesse per le immagini non è cambiato".

Specialmente in Point Break lei evidenzia un modo di fare cinema estremamente fisico.

"Volevo rovesciare la percezione comune che si ha quando si entra in una sala cinematografica. Al voyerismo dello spettatore volevo sostituire un movimento che lo spinge dentro il film, in un'esperienza visiva totale".

Ma questo suo modo di girare è andato via via maturando... The Loveless era statico e dimostrava quasi il contrario.

"Mi sono resa conto, rivedendolo, che The Loveless è un quadro dopo l'altro, e la sua dimensione narrativa è difficoltosa e non emerge. Poi ho capito cosa vuol dire girare in sequenza, allora tutto è cambiato".

Strange Days ci restituisce una percezione del mondo all'ultimo stadio di sopravvivenza. E' sempre vero per il suo cinema?

"Le tecnologie, il computer sono strumenti che liberano la fantasia. La macchina da presa che abbiamo adoperato in Strange Days era leggerissima per avere una velocità massima. Volevo che corresse, volasse, fosse come una cosa vivente, ma velocissima".

  di Igino Domanin
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   data: 18 apr 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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