Un cast che è un cocktail di interpreti giusti, al momento giusto, sul set giusto. È difficile trovare, oggidì, due attori più adatti di Robert Redford e Brad Pitt per uno spy-thriller destinato a segnare un'importante tappa nella storia di genere (insieme a La conversazione, a I tre giorni del condor e a Nemico pubblico, Spy Game costituisce un glorioso capitolo per un genere che ormai è la spina dorsale dell'action movie). Da un lato, c'è l'esperienza di Redford, che sorregge eroicamente il peso dei 4/5 del film: stagionato agente Cia, benissimo calato nel ruolo paterno, con quel pizzico di ingenuità residuale che nel Condor concedeva un surplus di suspence e tensione, Redford dimostra con Spy Game che, anche invecchiato, è in grado di tenere la scena praticamente da solo.
A Brad Pitt viene affidato però il ruolo più duro: conciliare il calcolo e la freddezza della spia con l'idealismo e l'irrefrenabilità del suo giovane personaggio non è francamente da tutti. Pitt sembra rigenerato dal ruolo di Tyler Durden interpretato nel Fight Club di Fincher: sudato, stremato e drammatico, dà il meglio di sé, rinunciando all'immagine finto maledetta ed edulcorata a cui sembrava destinato con Thelma & Louise o Vi presento Joe Black.
La scelta del cast è uno dei non pochi meriti di Tony Scott, il regista di Spy Game. Fratello del ben più celebre Ridley, Tony Scott aveva già diretto un capolavoro della spy-story, lo splendido Nemico pubblico, pur avendo sulla coscienza cialtronate autentiche come Top Gun e L'ultimo boy scout. Qui reinventa la suspence grazie all'inganno della memoria, attraverso una struttura complessa ma leggibile di flashback, che hanno il pregio di introdurre lo spettatore in un labirinto di specchi, pur rallentando, e non di poco, il ritmo del film.
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