Chiodini cazzutissimi, inafferrabili, ingestibili, da infilare su una piattaforma di plastica marrone moganato: questo fu, è e sarà il Master Mind, il gioco più lounge dell'intero universo ludico del divertimento da tavolo lounge. Che il tavolo fosse lounge lo si capiva a una prima superficiale occhiata: campeggiavano, indecentemente arroganti, due pirla messi a fare da testimonial sulla confezione dell'incomprensibile passatempo. Sembrava di assistere a una scena di James Bond nella hall di un hotel di Copenhagen. Il più irritante dei due testimonial era il barba, assiso e concentrato in posa saccente, le mani giunte, lo sguardo che palesemente ci dà degli idioti perché noi, il Master Mind, non lo capiremo mai (in effetti, non lo abbiamo mai capito). Accanto a lui, una emigrata cinese faceva finta di essere felice dello stato di schiavitù in cui versava presso il barbuto Master. Davanti a loro, un tavolo metafisico e lucido come il monolito di 2001 - Odissea nello spazio. La dialettica schiavo-padrone era il sale del Master Mind: un sadico nascondeva la combinazione che un masochista cercava inutilmente di indovinare; il primo, scelta la combinazione, non faceva più niente, il secondo sudava e si affannava senza posa. Un gioco che ricorda da vicino il rapporto tra Rutelli e Fassino all'interno della compagine ulivista.
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