Cèdric Kahn è un regista coraggioso. Rifiuta le forme romantiche ed estreme del cinema a forte connotazione visionaria della generazione dei registi francesi apparsa sulla scena degli anni ottenta. La magniloquenza disperata e visionaria di Jean Jacques Beineix oppure lo stile impervio e visionario dell'impetuoso Leos Carax, per non parlare della spettacolarità insistita di Jean Luc Besson. Kahn film in modo diverso anche da Assayas, non ha la pretenziosita cerebrale del regista-critico, erede lontano degli assunti teoretici della Nouvelle Vague. Kahn è un maniaco dell'impersonalità del racconto, dell'ambiguità che diventa naturalismo. Roberto Succo è un film anatomico. La follia del serial killer è mostrata senza commento. In questo modo raggiunge l'effetto di fare avvertire sulla pelle dello spettatore tutta la paradossalità della follia, la sua profondità sfuggente ed enigmatica, i suoi vuoti paurosi e le sue presenza perturbanti. I comportamenti di Succo sono inspiegabili. Ogni tentativo di restituire un senso alla follia rimane votato allo scacco. La scena crudele della protesta "politica" ed eversiva messa in atto da Succo nel carcere rimane una pura esibizione. Kahn utilizza un modo egregio il formeto 2.35 che ha mutuato da David Lynch. Sono molto efficaci le inquadrature panoramiche girate in Savoia, dove un'inseguimento è ripreso interamente da una cinecamera fissa. I protagonisti della pellicola sono filmati come fenomeni naturali. Lo sguardo di Kahn è clinico. Però il suo film non è del tutto riuscito. Rischia la prolissità. Almeno venti minuti di troppo. L'ansia di dover raccontare i fatti nuoce all'intelligibilità della narrazione e all'esame obiettivo che si pretende dallo spettatore. Roberto Succo resta però un film originale quanto discutibile. Meritevole comunque di essere visto.