Un delirio. Il 9 novembre 1989 non fu un giorno come un altro. Non lo fu per i berlinesi e non lo fu per tutto il mondo (ce ne saremmo accorti poco dopo...). Crollava un'icona, anzi: l'Icona. L'est Europa abbracciava l'ovest, e il blocco sovietico iniziava un declino che, a oggi, viene inquietantemente definito "ineluttabile" (parole di Shevarnadze). Una folla sterminata abbatteva gli odiati mattoni a colpi di piccone, salvava come reliquie scaglie di quella barriera che era stata il simbolo principe della Guerra Fredda, e si riversava, con gli occhi luccicanti di gioia e commozione, nel settore ovest della città, dove invadeva, come si fosse trattato di un sol uomo, caffè, ipermercati e sexy shop. Abbiamo ancora stampate sulla rètina le immagini della corrispondente Rai da Berlino, in quei tumultuosi giorni, una Lilli Gruber che ancora doveva farsi gonfiare le labbra col silicone e che stanziava, dispersa e attizzata, alle porte di uno dei sexy shop presi d'assalto dai berlinesi dell'ex Rdt. I giorni successivi uno strabiliante esodo di traballanti Trabant stringeva in una morsa il sistema viario della Germania dell'ovest. Più panzone che mai, appena fuoriuscito da versi caustici di poesie e canzoni dei contestatori occidentali, Helmut Kohl raccoglieva l'applauso degli artisti dell'est, e sanciva una riunificazione che l'aveva fatto sudare più di quanto già non sudasse di suo. Immagini di un punto caldo della storia umana entrarono nelle menti degli intellettuali, metabolizzarono in musiche romanzi liriche sculture performing-art e danze varie. A dieci anni, il bilancio è questo: razzismo crescente, rigurgiti neonazisti, love parade a go-go, una nuova piazza firmata Renzo Piano, il Parlamento ricostituito nella capitale rifatta a nuovo, un cancelliere al centro di polemiche, un nuovo assetto politico continentale, mentre flessibilità e 35 ore sono diventate argomenti capitali del Capitale. Cosa resta? Cosa s'annuncia? Ecco come grandi artisti, scrittori, registi e intellettuali dell'Europa unita hanno preparato e seguito la Caduta.
TITANIC EUROPE
I Profeti - Ernst Jünger e Hans Magnus Enzensberger, da posizioni distanti tra loro, hanno identificato nella tragedia del Titanic quella più ampia della Modernità: che passa attraverso Berlino e il crollo del Muro. Il destino di un Occidente stremato, che festeggia il proprio trionfo tecnico, e invece affonda, è legato indissolubilmente alla nazione che maggiormente ha segnato il nostro tempo. Obbiettivo puntato su questi due geni letterari e politici tedeschi.
Edgar Reitz è ormai celebrato come la memoria storica tedesca su grande schermo. Heimat, il suo capolavoro, tesse fili diversi, che si riannodano via via connettendo le fasi tragiche e strabilianti della storia di Germania nel Novecento. Con un culmine: la Caduta del Muro. Ma il cinema ha utilizzato Berlino come scenario fondamentale per ambientare alcune tra le più affascinanti spy story della storia del cinema.
Erickson il Grande - Steve il Conquistatore ha messo casa a Berlino: è la casa del Nuovo Tempo, quello invade il nostro attuale, nel 1999, grazie a una frattura spazio-temporale apertasi nel cielo berlinese. Un grande romanzo, un trionfo di immagini e allegorie pubblicato da Fanucci.
Accoppiamenti - La Berlino cruda e spaesata che passa violentemente dalla Divisione alla Riunificazione. La racconta Peter Schneider, ex leader del '68 tedesco, che si cala nel privato e inscena una vicenda collettiva, tra la normalità di vite abituate a una routine macinatrice e il terrifico del nuovo che incombe.
Ti scrive Ian - E' stato uno dei momenti topici della letteratura post-Muro. Il libro di Ian McEwan fa risuonare echi tipici di una tradizione amatissima dai lettori: quella dello scrittore che si porta in prima linea, là dove accadono gli eventi, dove il ferro della Storia è caldo. Una peregrinazione che porta con sé occhi allucinati, animi tremuli, e il cinismo di una penna che scrive a freddo, e rappresenta il Crollo con una fotografia che ha più vita di una fotografia. Un po' come è accaduto al Peter Handke di Viaggio d'inverno, quando l'Austriaco prese a passeggiare sui terreni devastati dell'ex Jugoslavia. O a Norman Mailer, quando si affacciò in carne e ossa all'enorme manifestazione di Washington che diede il via al Sessantotto.