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  LA TRAGEDIA A QUARTO OGGIARO
Gilberto Squizzato sul set de I RACCONTI DI QUARTO OGGIAROChe cos'è il dolore, oggi? Esposto al bazooka televisivo, che instancabilmente proietta i suoi colpi al centro della nostra Pia Madre collettiva, il dolore è sfumato nel patetico. Il chiacchiericcio rubricato su micromagazine adolescenziali riduce il dolore a evento psichico, così come la "prima volta" diventa una perfetta e assai facile ginnastica affettiva (ma ancora: che cos'è l'affetto, oggi?). L'autoconfessione della sofferenza, sovraesposta davanti alla finta pietà dei vari Costanzo Santoro Barbareschi Defilippi Deusanio Cocuzza Limiti Mengacci, è un'aura pseudospirituale nerastra, livida, densissima, indigeribile, la cui esplicitazione è tesa a mettere in luce (una luce bianchissima, annichilente) il corollario delle misere esistenze dei comprimari, al fine occultarne il luogo centrale e segreto: quello dell'espropriazione dell'umano da sé. Volatile e sempre decisivo, sempre medicabile e sempre terapeutizzato, il dolore perde i suoi connotati, si spande come una marmellata generica e lassativa: finisce per coincidere con la vita stessa nel momento in cui la vita diventa atmosferica, palpabile, oggettizzabile, abbattibile. Il dolore contemporaneo è sempre un target: si muove sotto il mirino dello sguardo mediale, atonale e soffocante, auratico e irreprensibile. Che cosa si perde in questo movimento di colonizzazione (l'artificiale che sembra umano che colonizza l'umano che sembra ormai artificiale)? La scena del dopo stupro ne I RACCONTI DI QUARTO OGGIAROSi perde il dolore - cioè si perde l'umano. Il dolore è essenzialmente l'incrocio psichico di due movimenti: il tragico e la conoscenza. Questa è l'eredità della tradizione: agire è soffrire, ma soffrendo si sa. Non soltanto la cultura tragica, il nucleo radiante del nostro sapere occidentale, ma anche ciò che ha ereditato la cultura tragica, dal Romanticismo al Novecento, cerca di fare propria l'apostasia spirtuale con cui l'uomo compiuto della decadenza cerca di depredare l'ascesi, la realizzazione, il ricongiungimento all'origine. Il dolore muove, poiché muovendosi si entra nel dolore. E anche: muoversi significa o allontanarsi o ritornare. L'intera tradizione sapienziale umana predica proprio il ritorno. Il movimento di svolta, ciò che incomincia dopo l'agnizione a cui costringe il dolore, è un ritorno: verso ciò da cui ci siamo allontanati, che è l'unità, l'assolutamente indicibile. La svolta ha il suo apice nel patire: questo è raccontabile. Il ritorno ha il suo esito nella riunione con ciò che ha originato il distacco: questo non è raccontabile. I racconti di Quarto Oggiaro, che Gilberto Squizzato occulta come "storie minime di periferia" mentre sono "storie massime di centralità", recuperano totalmente la nostra tradizione tragica all'interno del piano espressivo del dolore in azione: che è, al momento, la televisione stessa.

Maurizio Tabani, protagonista de I RACCONTI DI QUARTO OGGIAROUn colpo allo stomaco prolungato, ritmico, continuo. Una morsa mentale che s'incolla e prosegue dopo la visione, per giorni. Negli ultimi anni, è forse soltanto Funny Games di Haneke a risultare tanto sottilmente deflagrante: cinismo e sofferenza gratuita che, a differenza di ogni altro tentativo di espressione del dolore condotto per immagini in movimento (del resto, in ogni produzione di Hollywood si soffre), riesce a rappresentare il dolore. Rappresentare il dolore significa fare percepire il dolore. Uno esce dalla visione di Funny Games talmente annichilito, che lo stato di prostrazione inquina per giorni lo stato di falsa serenità in cui versa. Coi Racconti di Quarto Oggiaro, il risultato è il medesimo. Il no-real-movie di Squizzato si iscrive dichiaratamente all'interno di un ciclo tradizionale: è quello dei nòstoi, dei "ritorni" che iniziano a infettare la ferita aperta dalle grandi narrazioni epiche di Omero, Iliade e Odissea - la seconda delle quali, peraltro, è il primo "ritorno", la fondatrice di tutti i nòstoi. Si tratta di un'epica epigonale, ma pur sempre di un'epica. Il fatto è già accaduto, il dramma è avvenuto, la morte ha devastato quanto poteva devastare e, dopo la sua esplosione, ricomincia il lento ritorno dei dispersi. Da questo ritorno si origina ciò che segue l'epica: la tragedia. L'Orestiade di Eschilo prosegue gli estremi esiti dell'epica omerica. Ritornare, addirittura, è impresa più difficile e sofferta del partire e del morire. Ostacoli a ripetizione, mascheramenti, impossibilità conclamate o via via svelate con estrema difficoltà: chi ritorna non è felice. Ha esperito la conoscenza, ma non ne sa nulla. Tornando, cerca di conquistare quella conoscenza: per Odisseo, Troia sarà compiuta soltanto dopo il massacro dei Proci a casa sua; Agamennone saprà soltanto nell'attimo finale del suo lavacro intriso di sangue.

Tutto ciò accade da sempre, nonostante di tempo in tempo qualcosa di artificiale e dittatoriale si opponga alla rappresentazione della storia del dolore. Il nostro tempo eleva il dolore a discorso palese, facendone sfumare il nucleo tragico: è la televisione l'esecutore materiale di questo delitto che, ad alcuni idioti, pare perfetto - e invece non lo è. La fiction di Squizzato, che ci si accorga o meno di quest'opera silenziosa, rimette in scena il racconto del dolore autentico: fisico e morale, definitivamente tragico. I racconti di Quarto Oggiaro sono un ciclo tragico.
Chi torna è Fausto. La prima puntata del serial si intitola, per l'appunto, Il ritorno di Fausto. Fausto è davvero Faust: ambiguamente connesso con il male, praticato per ottenere un futuro migliore, Fausto rientra a Quarto dodici anni dopo l'omicidio che ha commesso per difendere il proprio incasso di benzinaio. È stata una catastrofe (ma altre se ne annunciano): Fausto ha perduto la famiglia (ma la moglie lo aveva lasciato già prima, in pratica; i figli, piccini al tempo del fatto criminoso, non sono mai andato a trovarlo nella "casa circondariale" in cui era recluso). La maschera tragica (e anche: iperpatetica) di Maurizio Tabani dà volto a questo personaggio che, sin dalle prime immagini, è votato alla nostalgia - cioè, letteralmente: al dolore del ritorno (nostalgia ha il suo etimo da nòstos e algòs - dolore del ritorno, appunto). A differenza di quanto accadrà in Atlantis, dove a essere presa di mira da Squizzato sarà la stessa sostanza psichica dell'alienazione, mediante la messa a fuoco della progressiva evaporazione dell'umano, nei Racconti di Quarto domina il dato reale: una polarità ormai plurifalsificata, ma non per questo meno efficace e sensibile. Alcune battute sono folgoranti, in questo senso. La sostanza psichica dell'alienazione compare in un dialogo iniziale tra l'ex benzinaio Fausto e la hostess che vive a Quarto, in partenza per un viaggio transcontinentale: "Vado in Corea, ma torno tra tre giorni. [...] Ora devo proprio scappare: Pnomh Penh mi aspetta". Però un altro apice si oppone con forza a questo movimento di nullificazione dell'esistenza e del linguaggio: si tratta del dialogo tra Fausto e Marco, il capo dei volontari di "Quarto Solidale", la cooperativa assistenziale a cui l'ex detenuto si è legato e che assiste prostitute, tossici, sieropositivi. Marco è sieropositivo a sua volta: emofiliaco, ha contrato l'Hiv in seguito a una trasfusione.

Marco: Però l'Aids ho scoperto che è stata per me una grande risorsa...
Fausto: Come una risorsa?
[STACCO: si passa ad altre situazioni]
Marco [riprende il dialogo sull'Aids in un altro luogo e dopo parecchie ore]: Con l'Aids ho scoperto di appartenere a qualcosa di più grande...
Fausto: Dio?
Marco: No, il Bìos.
[STACCO improvviso].


Il dialogo tra Marco e Fausto non è soltanto sorprendente in quanto viene irradiato in prima serata su RaiUno. È ben più sorprendente il fatto che l'intera tradizione eschilea viene riproposta con gli stessi termini e con gli stessi modi.
Un'altra annotazione. Il dolore accade e, accadendo, sembra dare senso e linearità al tempo. Che cos'è il tempo? Come lo si misura? Come scorre? È qualcosa di oggettivo o qualcosa di percepito e interno? La tradizione concede l'esistenza del tempo, ma soltanto per gli uomini: tempi differenti vivono gli Dèi, senza tempo è invece l'indicibile. E noi contemporanei? Ecco in cosa si trasforma il tempo per noi: Fausto, ritornato a Quarto, entra per la prima volta in un bar. Ordina un caffè. Paga: lentissima la sua mano deposita mille lire sul bancone d'alluminio. La barista enuncia col solito tono brechtiano: "Sono mille e tre". Fausto, sorpreso: "Ma come mille e tre? Da quando?". Risposta della barista: "È da anni che viene mille e tre". La linearità del tempo è ridotta a una lunga ed elastica economia, interiorizzata, coincidente con la storia. La storia è storia dei simboli: ancora una volta la rappresentazione di Squizzato coincide con la rappresentazione tragica.

  di Giuseppe Genna
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   data: 24 dic 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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