Era l'inizio degli anni Ottanta, un decennio denso di arrivismo giovanilista, malizie lampadate, rampantismo sociale e cazzate varie. Dall'Impero, come una fresca ventata al di fuori del piombo appena trascorso, arrivarono le note di Fame, il film diretto da Alan Parker, e immediatamente si insediarono nella memoria collettiva. C'era chi già pensava di laurearsi in economia e guadagnare un cumulo di milioncini facili, e invece gli americani, all'avanguardia come non mai, spacciavano su schermo ben altri miti: arti applicate e successo conquistato a prezzo di sudore, metodo applicazione.
Successo travolgente e inizio della serie televisiva, prontamente titolata Saranno famosi! (date uno sguardo all'official site). Dove, al solito, la società a stelle e strisce organizzava un processo di agnizione: chi siamo? cosa vogliamo? da dove veniamo e dove finiremo? La risposta era: siamo un gruppo di gente bianca e di colore, figli d'immigrati taxisti o single diciassettenni di Harlem, con tanta creatività e voglia di vivere, e spaccheremo il culo al mondo. Ed ecco creata una sorta di accademia parasteineriana, dove non si vede insegnante che non abbia fatto tirocinio presso qualche scuola antipsichiatrica e non prediliga le migliori testoline orientate al Grande Sogno Americano.
C'è la professoressa saggia e umanista con sfumature alla Marie Claire, che si occupa di Milton e della posta del cuore; c'è l'insegnante di danza, un cerbero armato di bastone che picchia sulle tibie dei ballerini svogliati; c'è il professore vecchietto, ebreo polacco amante del pianoforte, burbero ma irriverente e molto molto simpatico; e il trainer di recitazione, a cui non viene rinnovato il contratto per la stagione successiva, e quindi (nella fiction) viene fatto morire di cancro. A fronte di questo corpo docente frizzante e scalpitante, ecco la ciurma degli studentelli creativi: il pianista italoamericano, la violoncellista ricca-con-contrasti-famigliari, la povera polacca figlia-di-vedova, il sudatissimo danzatore nero proiettato verso le seconde file, nel momento in cui i produttori si inventeranno la trovata politically correct di piazzare sotto i riflettori un ancor più sudato portoricano.
A passo di rap e di foxtrot, tra una ciaccona e una fuga d'archi, questi archetipi della bella gioventù d'oltreoceano attraversano gioie e dolori dell'iniziazione alla vita, si innamorano e si lasciano, passano esami e non li passano, vengono scritturati e cacciati a calci in culo. Però, rispetto agli anni di deliquio che ci avrebbero condotto alle soglie dei Novanta, dopotutto, valeva di più un'ora con Bruno Martelli che cinque minuti col consulente finanziario. Si scriva: anche questa banda di colorati è entrata nella nostra memoria.
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