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Bill GaresStrana, stranissima l'economia. Inaffidabili, inaffidabilissime le previsioni. Subito dopo le dotte disquisizioni sulle caratteristiche e sulla durata della recessione e la pubblicazione dello sconfortante World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale che ci preparava al rischio di uno scivolone globale, ecco che escono i dati relativi all'andamento dell'economia americana nel primo trimestre del 2001. Sorpresa: l'unica vera locomotiva dell'economia mondiale sta rallentando molto meno di quanto non ci si aspettasse, allontanando i rischi di una crisi planetaria. Il PIL Usa è cresciuto nel primo trimestre del 2001 del 2%, il doppio di quanto previsto. Per cercare di fare un poco di luce sull'attuale indecifrabile congiuntura economica proviamo a leggerne la dinamica secondo un'ottica tecnologica.
La rapida crescita economica che abbiamo sperimentato è stata prodotta dalle immense opportunità aperte dalla "rivoluzione informatica", grazie alla quale l'industria, soprattutto negli Stati Uniti, è riuscita a trasformare le invenzioni in innovazioni e a fare straordinari profitti. L'intera economia ha quindi beneficiato sia degli investimenti necessari all'industrializzazione delle idee, che della notevole crescita di produttività derivante dalle innovazioni stesse. Quando le opportunità reali si sono rarefatte, le dot.com più improbabili hanno fatto un gran ruzzolone. Ma questo era già successo, altre rivoluzioni - il motore a vapore, la ferrovia, l'automobile - hanno lasciato cadaveri più o meno eccellenti sul campo di battaglia. L'innovazione tecnologica non ha mai eliminato il ciclo economico, anzi la sua intrinseca discontinuità ne è la causa principale. Il primo marcato rallentamento successivo alla fase rivoluzionaria, colpisce duramente gli eccessi, come quei salutari temporali che rendono meno fitti i frutti sugli alberi. Adesso, passata la tempesta, possiamo forse goderci la quiete di un periodo in cui si accumulano nuove, più solide, opportunità reali grazie alle quali la crescita può ripartire, magari meno turbolenta, ma più sicura. Chi conosce le potenzialità della tecnologia, chi sa usarla, chi ha una visione strategica, può diventare più forte di prima.
E' se è vero che è la tecnologia e non la politica a menare le danze, come suggerisce lo stesso Alan Greenspan, secondo cui la forza dell'economia americana sta ancora negli incrementi di produttività («nei dati più recenti c'è assai poco che possa alterare la previsione di un aumento strutturale della produttività nei prossimi anni»), dovremo inseguire il progresso tecnologico per assicurarci la crescita economica.
Sarebbe pertanto necessario definire un percorso di sviluppo che trovi fondamento in un'idea lungimirante di progresso tecnologico. Purtroppo l'Europa, in proposito, non ha una visione strategica, né sembra in grado di elaborare una politica economica di carattere espansivo, orientata all'innovazione. Invece, per esempio, sarebbe interessante utilizzare la tecnologia come volano per una crescita economica più sostenibile. Si potrebbe promuovere un programma di investimenti, con l'obiettivo di accelerare la transizione da un'economia basata sui combustibili fossili a un'economia basata in misura maggiore su fonti energetiche alternative. In questo quadro verrebbe ad assumere un ruolo strategico la domanda pubblica di infrastrutture, di nuove tecnologie e di nuovi prodotti, che avrebbe anche la funzione di trainare l'espansione della produzione e gli investimenti delle imprese innovative.
Del resto l'esplosione tecnologica degli Stati Uniti è stata vigorosamente alimentata dalla spesa federale, soprattutto da quella militare (quest'ultima addirittura ha registrato un valore medio annuo pari a circa l'8% del PIL Usa, nel periodo 1954-91). La spesa pubblica ha cioè costituito la principale fonte di domanda di nuove tecnologie (semiconduttori, microelettronica, macchine a controllo numerico, laser, la progenitrice di internet) e ha favorito la crescita degli investimenti in innovazione, innescando economie di scala e di apprendimento che hanno determinato una caduta vertiginosa dei costi e uno stupefacente incremento della produttività. In tal modo si sono poste le basi per l'accumulazione di un patrimonio di conoscenze con ricadute durature e persistenti nei settori più diversi.
E se invece di scimmiottare gli americani, li copiassimo intelligentemente e creassimo anche noi domanda pubblica di nuova tecnologia in grado di rendere l'innovazione più a buon mercato? Magari lasciando perdere le spese militari che non sono poi tanto eleganti, a vantaggio, per dire, di innovazioni finalizzate all'eliminazione dei combustibili fossili, alla sostituzione delle materie plastiche con prodotti biologici e biodegradabili, al potenziamento dei trasporti pubblici.
Ci sarebbero addirittura le risorse finanziarie: come autorevolmente ci ricordano il presidente Prodi e il premio Nobel Modigliani, potremmo utilizzare le nostre riserve valutarie in eccesso (6,6% del PIL europeo, contro l'1,7% delle riserve americane rispetto al PIL Usa).
O preferiamo continuare a parlare di inflazione?

a cura di: Soldionline

  di Igino Domanin
gli stessi argomenti su:  Katawebla Repubblica
   data: 03 mag 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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