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| Sei qui: Homepage > Economia e Lavoro > Speciali > Stress economy > L'analisi di Francesco L. |
Nella vicenda di Francesco, agente pubblicitario a provvigione travolto dalla new economy, si rintracciano alcuni degli elementi di disagio più frequenti causati dal digital divide, la spaccatura digitale che separa il Nord dal Sud del mondo (esistono più collegamenti a Internet nella sola New York che in tutta l'Africa) ma che attraversa anche le società benestanti, ridefinendo nuove classi e nuovi ceti. Nel caso specifico di Francesco, il digital divide è evidentemente generazionale (e il venditore di pubblicità è coinvolto in quel grande processo di "rottamazione umana" che riguarda i lavoratori sopra i 45-50 anni, dalle conoscenze professionali ormai superate) e tuttavia aggravato dal tipo di professione svolta: Francesco appartiene infatti a quella categoria che nel mondo anglosassone viene definita dei free-agent, donne e uomini il cui reddito può crescere o decrescere secondo un'infinita quantità di variabili, che vanno dalla salute fisica personale alla contingenza economica mondiale, dall'andamento dell'indice Nikkei al traffico in tangenziale la mattina. La rivoluzione digitale, flessibilizzando le produzioni e rendendo temporaneo ogni progetto, ha costante bisogno di free-agent, cioè di lavoratori il cui status, non garantito e provvisorio, li mette in condizione di doversi duttilmente adattare a ogni nuovo progetto temporaneo, a ogni mutamento d'ambiente. Come ha detto un dirigente dell'At&t, "i lavori vengono sempre più sostituiti da progetti di lavoro e aree di lavoro". L'estremo esito di questo processo è il cosiddetto "modello hollywoodiano" di cui parlano diversi studiosi: una specie di azienda virtuale che si compone all'inizio di un progetto e si scioglie alla fine, proprio come avviene per la produzione di un film. In questo contesto nessuno ha un posto di lavoro, ma ciascuno contribuisce parzialmente con le proprie conoscenze alla realizzazione di un progetto a termine e viene retribuito per questo, proprio come avviene per la produzione di un film. Secondo alcuni osservatori, la fine del posto fisso e la moltiplicazione dei free-agent costituirebbero il miglior antidoto a tutte le malattie che affliggono abitualmente la vita d'azienda: il servilismo, il mobbing, le trame di corridoio, l'incompetenza dei vertici, le raccomandazioni e così via. Infatti in un'economia dove tutti sono liberi agenti, consulenti e free-lance, ciascuno verrebbe valutato esclusivamente in base ai propri meriti reali e al proprio "prodotto" professionale, ciascuno padrone della propria esistenza, ciascuno liberato dal giogo delle gerarchie burocratizzate. È, questa, una vera e propria ideologia lanciata negli Stati Uniti da Daniel Pink, già collaboratore dell'ex vicepresidente Usa, Al Gore. Non sembra tuttavia questo il caso di Francesco, in cui anzi il timore di diventare obsoleto rischia di essere accompagnato da un aumentato servilismo nei confronti dei vertici. Certo è - aldilà dei rapporti personali - che per non rimanere tagliato fuori il free-agent ha bisogno di un continuo aggiornamento e adattamento del proprio know-how. Un processo piuttosto frenetico e stressante, visto che "in meno di un anno il 20 per cento della conoscenza generata all'interno di un'impresa diventa obsoleta", come ha notato il sociologo americano Jeremy Rifkin. Il 20 per cento l'anno significa che ogni lavoratore deve cambiare tutte le sue capacità ogni cinque anni. Ma significa anche che, in una situazione di ipercompetizione tra free-agent, possono bastare pochi mesi di malattia, un esaurimento nervoso, un'assenza per maternità o una gamba rotta per rimanere indietro nella grande corsa e pagarne il prezzo in termini di reddito e di status sociale, così come di benessere psichico e di autostima. Ilvo Diamanti, uno degli osservatori più attenti degli effetti sul tessuto sociale italiano della macroeconomia, ha descritto questo processo con parole semplici: "La globalizzazione alimenta una diffusa incertezza, soprattutto in coloro, e sono molti, che non hanno strumenti per comprenderla. Per esserne partecipi. Sentendosi di conseguenza schiacciati da un gioco troppo grande". È la condizione di Francesco L., lavoratore a provvigione che, a poco più di cinquant'anni, vede il mondo cambiare troppo in fretta e capisce che il suo know-how professionale è diventato in gran parte vecchio e inutile. Appartiene cioè a quella fascia di persone a cui si riferisce il sindacalista Andrea Ranieri quando dice che oggi "si chiede di essere flessibile soprattutto a chi non è in grado di esserlo, a chi non ha le basi culturali e professionali per esserlo". Con un notevole sforzo, tuttavia, l'agente pubblicitario cerca di adattarsi, di inserirsi nel processo in corso, di mostrarsi padrone delle nuove conoscenze e del linguaggio che le esprime, arrivando così a costruirsi un castello di frasi preconfezionate il cui significato egli comprende in maniera assai ridotta e vaga. In sostanza, finisce per crearsi un'identità parzialmente falsa allo scopo di adeguarsi a quella plasticità del lavoro di cui parla lo psicologo Kenneth J. Gergen: "Osservando i cambiamenti che avvengono nel proprio lavoro (cambiamenti di cui spesso nemmeno si accorge) l'individuo subisce la sfida di una serie sempre più varia di richieste comportamentali". Nel mondo contemporaneo, la persona ha bisogno di diventare sempre più eclettica e si trasforma così in un "camaleonte sociale", una specie di Zelig. Per adattarsi a un ambiente in rapida trasformazione, ciascuno è costretto a rendere "temporanea la propria identità", tanto che la vita diventa "un cimitero di identità defunte". È "l'uomo modulare", com'è stato definito da Ernest Gellner con una metafora tratta dall'industria dell'arredamento: la persona diventa un armadio componibile a cui è possibile aggiungere e togliere pezzi all'infinito, adeguandolo alle mutate esigenze. E poiché i moduli restano sempre scarsamente integrati tra loro, quest'uomo postmoderno non si sente mai "pienamente a casa": dovunque sia, con chiunque sia, è come in un luogo di soggiorno temporaneo. La modularità, spiega Bauman, è la condizione per eccellenza della Unsicherheit, cioè della non Sicherheit: termine tedesco (e freudiano) che indica un insieme di certezze interiori, fiducia in se stessi e tranquillità per la propria incolumità personale. La civiltà attuale insomma, secondo Bauman, diminuisce furiosamente il grado di sicurezza aumentando in cambio, gradualmente, quello di libertà individuale. Anche se resta da chiedersi quale grado di libertà reale sia consentito a una persona che per gran parte del suo tempo deve ripetere, come in un grottesco copione, una serie di frasi mandate a memoria e di cui a stento conosce il significato. Trasformarsi in qualcosa di sempre diverso conduce Francesco a una condizione di stress e di conseguente aggressività sia contro se stesso (ciò che si manifesta, ad esempio, nella gastrite) sia contro gli altri (l'odio profondo che prova per il vicino di tavolino al bar, connesso in Rete). Francesco non è certo il solo a reagire in questo modo: "Nel mondo darwiniano della lotta di tutti contro tutti, la cieca esecuzione dei compiti fissati dalle imprese si radica in un senso di incertezza annichilente, nella paura, nello stress e nell'ansia". Quali altri effetti può determinare, del resto, l'ideologia dell'asticella "che va alzata a ogni salto, dopo ogni record", cioè del risultato che deve essere ogni anno migliore dell'anno precedente? Come ha notato lo studioso francese Jean-François Chanlat in un libro dal titolo emblematico (L'uomo dalla schiena piegata), i sistemi di gestione aziendali basati sulla mistica della competitività e della performance "creano una tensione e un'aggressività permanente" oltre che un'insoddisfazione interiore che colpisce anche ai livelli più alti di reddito e successo. Ed è abbastanza grottesco che, tra i codici imposti dall'ideologia della net economy, l'esaltazione della flessibilità e l'ossessione del risultato si affianchino alla mitologia del lavoro di squadra, dell'équipe a cui immolarsi, del vecchio "siamo tutti una grande famiglia" in versione postindustriale: si finge di non notare la contraddittorietà tra gli affetti familiari (che vengono scelti proprio per la loro continuità e certezza nel tempo) e l'esaltazione acritica della provvisorietà estrema come valore. "Come si fa a entrare in una famiglia quando si sa che si è di passaggio?", ha scritto uno sferzante professore di management francese. Ma pur di non affrontare questa ingovernabile macchina da stress che è la globalizzazione, l'uomo contemporaneo cerca di "ridurre l'enorme schiacciante paura in frammenti più piccoli e maneggevoli". Vale a dire, attribuisce la fonte del proprio disagio psicologico non a ragioni esistenziali profonde e comuni, ma a più cause contingenti, come ad esempio il proprio sovrappeso corporeo, vera ossessione del nostro tempo, che svolge una (utile) funzione di schermo per non vedere la realtà: "Il grasso non sembra tanto una follia collettiva, quanto un dono mandato dal Signore" per mentire a se stessi. Il corpo dunque diventa ricettacolo delle paure generate dalla precarietà dell'esistenza: sarebbe interessante, ad esempio, indagare sul collegamento tra la velocità dei mutamenti nell'era attuale e alcune forme di psicosi collettiva, come la "mucca pazza" o, più in generale, il fenomeno tutto contemporaneo dell'ortoressia nervosa (cioè l'apprensione fobica per la salubrità dei cibi). E se con la gastrite sfoga la mancanza di autostima, con l'agorafobia Francesco indica in modo simbolico il terrore di spazi aperti che sono non tanto reali, ma soprattutto metaforici: quella che lui teme veramente è la grande piazza del mercato globale che ha sconvolto il suo mondo. Anche gli attacchi di panico in autostrada (fenomeno piuttosto comune nei casi di persone sottoposte a grave stress) indicano in modo palese la paura della gara, della competizione, della velocità in generale. Ma nel caso di Francesco la frantumazione della personalità, la perdita di sicurezza interiore, il sentirsi pesce fuor d'acqua e la proiezione delle proprie paure sul corpo e sulla psiche sono dinamiche accompagnate anche da un altro, più banale, processo: cioè l'esplosione dell'investimento personale sul lavoro, che diventa totalizzante sia dal punto di vista temporale sia dal punto di vista psichico-emotivo. In altre parole, Francesco non solo lavora di più, ma soprattutto pensa molto di più al lavoro: questo occupa i suoi pensieri diurni e i suoi incubi notturni, diventa fonte di preoccupazione costante che investe e deteriora la qualità del tempo libero, dei week-end, delle vacanze. Tutta la vita personale, amicale, sociale, sentimentale, sessuale viene stravolta. È ciò che in psicologia viene chiamato "pensiero intrusivo", che penetra in ogni momento della giornata. A Singapore, dov'è fenomeno di massa, questa patologia viene chiamata kiasu, termine che indica quell'ansia da successo ossessivamente cercato e da fallimento ossessivamente temuto. Viene a questo punto da chiedersi a che cosa servono, in termini di benessere psicologico e di armonia esistenziale, le 226.000 ore di tempo libero di cui, secondo il sociologo Domenico De Masi, ogni lavoratore oggi ventenne potrà godere nel corso della sua vita digitale, che sarà dedicata per sei settimi allo svago: il tempo libero può anche decuplicare, ma non serve più a niente quando la tensione emotiva derivata dal lavoro lo penetra e lo invade come l'acqua nella stiva di una nave affondata. E tuttavia solo l'investimento totale sul lavoro, l'acquisizione di identità sempre nuove e diverse, la modularizzazione della personalità, la proiezione delle proprie paure su cause-schermo e la dolorosa spirale di adattamento-ansia-adattamento consentono a Francesco di ritardare il più possibile il momento della resa finale, inevitabile se non altro per motivi anagrafici. Nella società contemporanea, flessibilità è diventata sinonimo di gioventù e rigidità di vecchiaia, al punto che "solo un'esigua minoranza dei lavoratori di mezza età espulsi dal sistema ha trovato impieghi sostitutivi a salario equivalente o superiore". Tanto più in un campo come quello in cui opera il protagonista di questa vicenda: "Se lavori nella pubblicità, dopo trent'anni sei morto. Sei hai più di quarant'anni i datori di lavoro credono che tu non sappia pensare. Passati i cinquanta, sono convinti che tu sia bruciato". Il nuovo ordine nega il valore dell'esperienza ed esalta le capacità immediate: l'ansia individuale provocata dal tempo ha un rapporto molto stretto con l'affermazione del nuovo capitalismo. E quando la vecchiaia è un disvalore, talvolta l'anziano si sforza grottescamente di rimanere giovane: come la madre di Bruno e Michel, i protagonisti del romanzo best-seller di Michel Houellebecq, Le particelle elementari, un duro atto d'accusa neoesistenzialista.
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