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 ANALISI DI CHRISTIAN T., UOMO A ORE
Help desk da stressChristian appartiene allo stesso tempo a due categorie di lavoratori sempre più diffuse: quella degli help desk, gli "operai specializzati" dell'informatica chiamati a intervenire ogni volta che in un'azienda un computer ha un problema, e quella dei lavoratori interinali, assunti da un'agenzia di impiego temporaneo e poi "affittati" per un determinato periodo a un'altra società.
Il lavoro interinale, legalizzato in Italia alla fine del 1997, coinvolge nel nostro paese circa mezzo milione di persone, pagate in media 15.000 lire lorde l'ora, per un periodo di occupazione che dura (sempre in media) quattro-sei settimane (ma può arrivare fino a 18 mesi), al termine del quale quattro lavoratori su cinque non vengono confermati.
Negli Stati Uniti, dove il fenomeno è diffuso da più tempo, i lavoratori interinali sono oltre due milioni e l'agenzia Manpower è "il più grande datore di lavoro, con 600.000 persone sul libro paga, contro le 400.000 della General Motors e le 350.000 dell'Ibm".
Non pare dunque del tutto fondata la tesi di molti liberisti italiani secondo i quali le agenzie di lavoro interinale fioriscono laddove il mercato del lavoro è rigido, e come rimedio a tale rigidità. Piuttosto, il lavoro in affitto sembra funzionale a un modello di società dove tutti fanno mille lavori perché nessuno sia più padrone del proprio lavoro e quindi garantisca alle direzioni aziendali mani libere nella plasticizzazione degli organici, senza neppure il rischio di incorrere nell'intermediazione di manodopera, che in Italia è un reato penalmente perseguibile.
Oltre a ridurre il rischio d'impresa, il lavoro in affitto è un eccellente strumento per iniziative pensate fin dall'inizio come provvisorie (ad esempio, quelle legate a eventi specifici come il Giubileo oppure le campagne elettorali), secondo quel modello produttivo hollywoodiano di cui si è già parlato. Per ottenere un più vasto consenso sociale, il lavoro interinale - come più in generale gli impieghi parasubordinati e precari - ha generato un'ideologia del "cambiare lavoro" come fatto positivo in sé, indipendentemente dalla qualità dell'attività lasciata e dalla qualità dell'attività trovata. Nei codici di valore della nuova economia, chi resta troppo a lungo nella medesima azienda, a svolgere le medesime mansioni, viene automaticamente considerato un perdente, un incapace, un parassita sociale non appetito da nessuno e sopportato solo per pietà umana o perché legalmente illicenziabile. L'idea che un lavoratore non cambi compagnia e attività per un certo numero di anni solo perché è soddisfatto di quello che fa - e perché ha acquisito esperienza per farlo bene - è diventata del tutto estranea al modo di pensare contemporaneo.
Per inciso, uno studioso francese ha fatto notare come appaia assai singolare che l'esaltazione del cambiamento continuo non sia mai presa in considerazione, dagli analisti aziendali e dai loro consulenti, tra le possibili cause della mancata "fidelizzazione della clientela", terra promessa e isola del tesoro di ogni consiglio di amministrazione. Eppure il meccanismo è abbastanza semplice e intuitivo: qualsiasi lavoratore, dal centralinista al dirigente, svolge le sue mansioni con uno spirito e un impegno assai diverso se si sente coinvolto in un progetto a lungo periodo o se, al contrario, sa che quattro mesi dopo starà da un'altra parte.
La cultura dell'instabilità professionale sembra dunque funzionale non tanto ai risultati in termini di fatturato e di profitto, quanto alle esigenze del nuovo capitalismo finanziario nel quale tutti, a iniziare dai top manager, puntano alla performance sul breve termine, che procuri una fiammata in Borsa e un'offerta di lavoro (al top manager) meglio remunerata. È quella che viene chiamata appunto la filosofia del "breve-terminismo", propria di un sistema economico nel quale la notizia che un'impresa si appresta a ridurre gli organici determina un immediato rialzo delle sue azioni.
Ma se alla carriera del dirigente la precarietà degli addetti e il downsizing (con la conseguente impennata del titolo a Piazza Affari o a Wall Street) possono procurare un beneficio immediato, altrettanto non si può dire per i lavoratori dell'information technology a fascia bassa o mediobassa. I quali invece finiscono per compiere, ripetutamente, quel percorso professionale che il sociologo Richard Sennett definisce "spostamento laterale ambiguo": un'espressione che si riferisce ai frequenti casi "in cui una persona crede di muoversi verso l'alto e invece si sposta solo orizzontalmente". Con la conseguenza che, in termini esistenziali, il continuo muoversi da un lavoro all'altro provoca soltanto paura del futuro, incapacità progettuale e senso di angoscia; soprattutto nel Far West dell'hi-tech, come testimoniano Bill Lessard e Steve Baldwin nel libro-inchiesta NetSlaves. La nuova economia crea così un mercato del lavoro che "prospera sull'incertezza (chiamata di volta in volta competitività, deregolamentazione, flessibilità ecc.) e ne produce sempre di più per il proprio nutrimento".
In un contesto come questo, "il primo lavoretto che arriva viene considerato una manna, ogni impiego a mezza giornata un raro privilegio, ogni contratto a tempo indeterminato un sogno folle". E in una realtà economica come quella italiana, dove cinque milioni di persone lavorano in nero e su quattro nuovi posti di lavoro regolari tre sono a tempo determinato o part-time, non stupisce che il lavoro in affitto goda alla fine di un discreto consenso sociale, se non altro perché (in Italia e per ora) garantisce diritti ormai in disuso come i contributi pensionistici, la tredicesima, la liquidazione e le ferie pagate. Ma la provvisorietà e la mobilità del job non costituiscono certo l'unico problema per Christian e i suoi simili. Altrettanto devastante, dal punto di vista psicologico, è "l'estenuante corsa senza gloria e senza vincitori" a cui viene costretto chi oggi è inserito nella fascia bassa dei lavori digitali: gli help desk sono i nuovi servi della gleba (o, con un gioco di parole inventato dal comico Corrado Guzzanti, i server della global) chiamati a sopperire alle irrazionalità dei software, degli hardware e degli uomini. Secondo Lessard e Baldwin, che hanno creato anche un sito Internet dove si confrontano tra loro i lavoratori "oppressi dalla net economy", le carriere nell'information technology "sono per la maggior parte sgradevoli, brutali e brevi" proprio perché prive di orizzonti a lungo termine e "la stragrande maggioranza dei quattro milioni di americani che lavorano nel business hi-tech sono in una condizione di alto stress e di bassa sicurezza".
Ad esempio, gli addetti al servizio clienti di Amazon, il celebre negozio virtuale americano creato da Jeff Bezos, passano la loro giornata al computer a ricevere gli ordini che piovono da mezzo mondo e a smistarli - dallo stesso computer - ai vari magazzini, senza mai staccarsi dalla tastiera. Ad Amazon, inoltre, esistono due categorie di lavoratori: quelli con la targhetta blu e quelli con la targhetta verde. I primi figurano come assunti in regola, i secondi, pur facendo lo stesso mestiere e lo stesso numero di ore, sono interinali e non prendono un soldo di contributi. E se - com'è accaduto nel dicembre del 2000 - provano a organizzarsi sindacalmente, si trovano di fronte a una resistenza degna dei vecchi padroni dell'era protoindustriale.
Con la differenza che i lavoratori di Amazon almeno riescono a fare notizia perché si trovano in un grande gruppo, mentre centinaia di migliaia di altri net slaves nelle stesse condizioni sono condannati all'anonimato mediatico, rinchiusi in un cubicolo la cui grandezza è in media di tre metri quadri scarsi: il doppio di una bara, la metà di una cella singola del carcere di San Quintino. Non infrequenti in queste condizioni i casi di Repetitive Stress Injury, cioè le diverse malattie (dalla cervicale al mal di schiena, fino al dolore ai polsi) tipiche di chi è costretto tutto il giorno in uno spazio ristretto davanti a un pc. Tanto che negli Usa si inizia a parlare di Rsi generation, triste epigono della X generation finita a lavorare nei cubicoli del terziario.
Importato il modello da oltreoceano, anche l'Italia ha creato dunque i suoi server della global, "carne da cannone della competizione" secondo il filosofo liberal americano Michael Walzer, "sottopagati e incatenati davanti a un monitor per 15 ore al giorno", come ha scritto senza giri di parole un ex webmaster italiano stranito dalla propria esperienza. La loro comune condizione di disagio tuttavia non porta ad alcuna coscienza di classe e ad alcuna sindacalizzazione, perché si tratta di un proletariato parcellizzato, indistinto, non coeso al suo interno, "al quale non è neanche chiaro chi governa e chi è governato". L'obiettivo sognato, insomma, da chi esalta un mercato del lavoro "senza lacci e lacciuoli". Una nuova schiavitù che peraltro è abbastanza ignorata dalla stampa e dalla televisione perché "la maggior parte dei giornalisti che scrive sulla Rete in realtà sa pochissimo delle persone che lavorano in questo medium: chi sono veramente e che cosa fanno. Per questo è nato il Mito della Web carriera. La storia della Rete viene scritta dai vincitori, quelli che trovate sulle pagine di "Wired" o di "Upside". L'esercito degli infelici dell'economia digitale sembra non far notizia". E l'ambiente di lavoro delle dot.com viene il più delle volte descritto come un teatrino da allegra sit-comedy, come quella andata in onda - con gran successo - sulla tv inglese BBC2.
Interessante il quadro che disegna, per esempio, l'avvocato di Seattle David Stobaugh, difensore di molti lavoratori hi-tech che hanno fatto causa alle loro ex aziende: "Il lavoro interinale ormai in America è diventato permatemping, cioè un escamotage inventato dalle aziende della new economy per negare ai dipendenti il diritto ai contributi. Il trucco funziona così: i lavoratori vengono affittati permanentemente alle aziende da queste agenzie di lavoro interinale. Ciò significa che sulla carta risultano in affitto per periodi limitati, ma nella realtà lavoreranno a tempo pieno per anni nello stesso posto. Per il fisco, figurano come dipendenti delle agenzie, e non delle ditte per cui effettivamente lavorano, e le agenzie in America non sono tenute a versare un singolo dollaro di contributi. La Microsoft impiega così il 35 per cento dei suoi lavoratori a tempo pieno, risparmiando miliardi". Non mancano, negli Stati Uniti, casi di persone tenute in affitto nella stessa azienda per diciassette anni.
Per tornare al protagonista di questa vicenda, gli attacchi di ansia di cui Christian resta vittima sono, in modo piuttosto evidente, causati da uno stile di vita che lo sottopone a continue sollecitazioni e pressioni. Il suo è uno di quei mestieri che Franco Berardi ha individuato come "lavori cognitivi" della nuova economia che facilmente ingenerano depressione, solitudine o panico. Anche l'asma, nelle persone che ne hanno sofferto in età infantile, è una tipica malattia che torna a farsi sentire in condizioni di forte tensione psicologica. Come molti help desk e operatori della net economy, Christian deve garantire la propria reperibilità ventiquattr'ore al giorno, sicché i telefonini o i beep diventano ceppi di una nuova schiavitù che gli tolgono la possibilità di ritagliarsi un proprio tempo certo, uno spazio in cui non è in balìa degli eventi. Quella di Christian dunque non è soltanto incertezza del futuro, ma anche banale insicurezza del presente. E il panico, malattia sempre più diffusa nelle nostre città, è una delle conseguenze psicosomatiche più frequenti quando non si riesce ad essere padroni neppure di una fetta temporale della propria esistenza.
Oppresso dai telefonini (che gli tolgono ogni spazio privato) e dai computer (che gli richiedono attenzione continua), Christian finisce per odiare le tecnologie: un esito di tipo vagamente neoluddista, condiviso tra l'altro dai suoi anonimi persecutori, gli operatori della SosWorld che tendono a danneggiare più o meno scientemente le macchine elettroniche di cui si sentono schiavi.
Ma in Christian T. - figlio di un metalmeccanico e di una stiratrice, nuovo operaio dell'era informatica "ancora più fragile e smarrito di quello vecchio" - la tentazione di rivalersi sugli oggetti tecnologici rimane tale: non ha neppure il tempo di pensarci, costretto a dividersi incessantemente tra aziende old economy convertite a Internet e giovani start-up nate sulla cresta del boom digitale. Abbastanza emblematiche della contemporaneità sono comunque le sue (provvisorie) mansioni: in una società di servizi che opera in outsourcing per compagnie di assicurazione a loro volta legate a un fenomeno sociale che con la globalizzazione è in piena esplosione, quello dei viaggi per turismo o per affari in cui tutto deve essere razionalizzato e pianificato, mentre ogni imprevisto va docilmente prevenuto.
Anche Marta, la sua compagna e sposa, svolge un lavoro minore legato alle comunicazioni: fa la hostess per conto di una compagnia telefonica. In altri termini, il suo piacevole aspetto fisico viene utilizzato per indurre gli uomini d'affari di passaggio in aeroporto o in fiera a sottoscrivere nuovi abbonamenti. Forzosamente seduttiva di giorno, Marta sembra ormai incapace di attrarre il marito la sera, nel continuo ribaltamento tra codici di vita privata e codici di lavoro che sembra caratterizzare l'esistenza al tempo della nuova economia.
E, a proposito di questa giovane coppia, è interessante notare come la caducità del lavoro di Christian porti a una parallela provvisorietà dei sentimenti, che in questo caso forse va un po' oltre la banalità di un consueto rapporto extraconiugale.
L'erosione dell'affettività familiare, determinata anche dallo scarso tempo da vivere rimasto in comune ai due, porta con sé non tanto il desiderio di nuove esperienze sessuali, quanto la distruzione di una progettualità comune. "La flessibilità-mobilità" nell'era della globalizzazione "s'accompagna alla perdita dell'attaccamento alle persone, ai luoghi, alle comunità, anche a un'impresa. E alla corrosione della personalità e del carattere. Il lungo termine cessa d'interessarci. Affrontiamo tutto come dei lavoratori provvisori, contingenti. Siamo dei nodi in una rete cangiante. Ne risulta un malessere professionale, personale e familiare, un sentimento di assenza che riguarda tutta la vita, l'isolamento affettivo."
Di qui anche l'intrecciarsi di nuove relazioni erotiche correlate con l'ambiente di lavoro, la cui estrema pervasività e invadenza diventa nel contempo causa ed effetto di se stessa, finendo per autoalimentarsi all'infinito. Il principio economico dell'espansione illimitata può portare a una società incentrata tanto sul consumo espansivo di beni quanto sul consumo espansivo di sesso, come ha raccontato nei suoi libri uno scrittore francese spesso catalogato come "di destra", Michel Houellebecq. Appare quindi piuttosto paradossale che - soprattutto negli Stati Uniti - gli alfieri del liberismo estremo si ergano anche a difensori dei family values, inconsapevoli forse che "la nuova economia tecnocentrata è di per sé distruttrice dei legami".
Infine, nella vicenda di Christian T. emerge abbastanza chiaramente come la "nuova rivoluzione capitalista" di cui parla il sociologo francese Alain Touraine determini, con la sua ossessione del risultato a breve termine, il contrario della degerarchizzazione spesso esaltata come conseguenza culturale della net economy: all'opposto, la competizione globale - fatta di estreme tensioni, mistica del risultato, senso di precarietà, obbligo di ridurre sempre di più i costi - è il terreno di coltura ideale del mobbing e della barbarizzazione dei rapporti personali nell'impresa. Un fenomeno che nelle aziende contemporanee si traduce in nuova "caporalizzazione", cioè in dinamiche relazionali in cui ogni livello gerarchico è violentemente pressato da quello superiore e parimenti pressa quello inferiore. E se qualcuno prova a dire che "non ce la fa più e che i capi sono diventati insopportabili", gli si risponderà che "siamo tutti vittime dei tempi". O magari che "è colpa dell'effetto serra"…

  di Giuseppe Genna
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   data: 27 giu 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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