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| Sei qui: Homepage > Economia e Lavoro > Speciali > Stress economy > La storia di Lucrezia T. |
Quando arriva il camion delle patate da friggere, Lucrezia esce dal fast-food con altri quattro crews, tre ragazze e un solo maschio. Ogni cassa di patate pesa dieci chili e bisogna maneggiarla con cura. Se cade da un'altezza di un metro o più, si perdono sessanta porzioni ogni quintale. È scientifico: lo hanno calcolato nell'Illinois, all'Università dell'hamburger. Lucrezia ha venticinque anni, i capelli raccolti, la divisa d'ordinanza e un cappellino ridicolo a nasconderle gli occhi così scuri e orgogliosi. Il ristorante dove lavora è sempre affollato di turisti d'ogni lingua e colore, perché siamo a Firenze e perché questa è una via del centro, prima o poi ci passano tutti, affamati anche alle undici del mattino, con la mappa della città in mano e la videocamera a tracolla. Dentro, i crews a strisce gialle e rosse trottano come formiche a un pic-nic, sotto lo sguardo contento di Sergio, il padrone del ristorante; anzi il franchisee, come ama dire lui in un ottimo inglese, fiero dei suoi 33 anni, di una moglie straniera molto bella, di una macchina sportiva e di un reddito che nell'anno Duemila ha sfiorato il miliardo. E Lucrezia, mentre scuote le patatine nella friggitrice - novanta secondi esatti dopo averle versate - vede altri clienti mettersi in coda ordinati, aspettare il loro turno e ordinare panini alla carne, polli fritti e menù completi. Ma non può guardarli a lungo: appena la macchina fischia, deve spostare le chips nella vasca e poi salarle con un gesto preciso a forma di M, stando attenta a non bruciarsi le braccia che sono già un cruciverba di segni rossi, piccole cicatrici e ustioni sottili fino al gomito. Anche per questo a Lucrezia piacerebbe avere una camicia con le maniche lunghe, ma è vietato, "è contro il regolamento", dice Sergio; le braccia nude, sostiene il franchisee, sono importanti perché indicano ai clienti che qui il personale si rimbocca le maniche. "E questa, appunto, è la nostra filosofia." A proposito, non ci sono neppure le tasche, nella divisa a strisce di Lucrezia, perché al fast-food è proibito accettare le mance. E mettersi le mani in tasca, comunque, indicherebbe al cliente che qui si sta a far niente: "E questo, invece, è contro la nostra filosofia". Chissà se poi gliene importa davvero qualcosa, ai mangiatori famelici e frettolosi, di quanto si lavora qui dentro. Chissà se almeno uno di loro, mentre addenta il suo panino sgocciolante, si è mai chiesto quante ore fa Lucrezia e come le passa quelle ore di corsa, a sforzarsi di restare in piedi sul pavimento unto d'olio, a pulire i water d'ogni lordume, a gridare frasi standard ai colleghi in cucina, "otto hamburger e tre polli, grazie!". Chissà se quel giapponese goloso di bacon grigliato immagina che per nove mesi, per i suoi primi nove mesi di lavoro, Lucrezia non ha neppure mai fatto pipì nei bagni del ristorante, perché c'era troppo da sbattersi in sala o davanti al grill, e preferiva tenersela per liberarsi a casa quando aveva finito le sei ore del turno. Chissà se quella coppia di texani sospetta la fatica che sta dietro i loro cheeseburger caldi, i 45 secondi spaccati in cui la polpetta cuoce, e negli stessi 45 secondi un'altra ragazza deve mettere il condimento sui panini appena tostati e ancora vuoti, una catena di montaggio dai tempi cronometrati milioni di volte, perfezionati ottimizzati e tirati, scritti su un manuale aziendale che ogni tanto Sergio ripassa, e anche i computer dell'Illinois hanno ammesso che meglio di così proprio non si può fare. Si pone queste e altre domande, Lucrezia, mentre sta lavando i pavimenti che ogni dieci minuti si risporcano di maionese, Coca-Cola e frappé alla vaniglia. L'avete mai vista la giovane crew dagli occhi orgogliosi mentre strofina per terra? Voi probabilmente no, ma il suo manager sì, lui la deve guardare per accertarsi che non pieghi mai la schiena: una posizione "che è contro il regolamento". Bisogna lavare il pavimento a busto ben diritto, per non dare ai clienti l'impressione di fatica e sofferenza. Bisogna strofinare le piastrelle facendo con lo spazzolone la forma di un otto, per offrire agli astanti l'idea di danzare allegri mentre si sta lavorando. È sempre all'Università dell'hamburger che l'hanno deciso, perché "fare l'otto è la soluzione visivamente più gradevole per quelli che ti vedono", come ha spiegato una volta il supervisor spedito dalla company. E tu vagli a dire che con la schiena impalata la fatica sarà nascosta ma è doppia, e comunque nessun cliente ti guarda mai mentre lavi, anzi per loro non esisti proprio, sei come trasparente. Vaglielo a dire, ma se sbagli forma, se pieghi la schiena, se ti appoggi un attimo sul bastone, poi senti le urla di Sergio: "Cazzo, mi sembri una Cenerentola!". E se sei una crew a termine, in affitto o in formazione lavoro, Sergio minaccia di spedirti a casa quando ti finisce il contratto, se non impari a dipingere gli otto come si deve. Ma a Lucrezia, per fortuna, questo il franchisee non può farlo. Perché lei ha sì il part-time, ma a tempo indeterminato. Una delle pochissime garantite lì dentro, presa in fretta e furia quattro anni fa, dopo un colloquio di dieci minuti, quando cercavano disperatamente ragazzi e ragazze per aprire il primo fast-food della città, dentro la stazione di Santa Maria Novella. Quindi non possono licenziarla, Lucrezia. Ma non le conviene comunque far girare le scatole a Sergio, perché lui è padrone non solo del negozio ma anche dei suoi turni, cioè della sua vita. Se Lucrezia gli fa girare le scatole, per esempio, finisce a lavorare di notte, a fare le chiusure fino alle tre, e l'ultima ora è sempre un inferno perché in sessanta minuti esatti deve pulire tutto e lasciare immacolata la cucina, il bancone, le sale e i bagni. Se gli fa girare le scatole, Sergio la tirerà pazza per mesi cambiandole l'orario all'improvviso il giorno prima, e lui lo sa che Lucrezia in quelle ore aveva preso un impegno, un ginecologo, un dentista, un esame all'università, lui lo sa ed è proprio per questo che la mette in quel turno. Se gli fa girare le scatole, le 24 ore alla settimana di part-time possono diventare 30 e magari 32, e al fast-food non si può stare a discutere sugli straordinari, perché "questa è come una famiglia, lavoriamo tutti insieme". Così Lucrezia non riesce mai a studiare o a guadagnarsi qualcosa da un'altra parte, perché non puoi fare nessun lavoretto, neppure il pony-express, nelle poche ore ritagliate agli hamburger, al sonno e alle braccia bruciate. Se gli fa girare le scatole, Lucrezia rischia poi di scoprire che le sue 900.000 lire al mese hanno perso qualche pezzo in busta paga, forse per uno straordinario non calcolato, un giorno di ferie conteggiato ma mai goduto, una malattia che è diventata riposo non retribuito. E allora lei impara a studiare lo stipendio voce per voce, scopre l'errore e glielo fa notare, Sergio si stupisce e dice: "Non preoccuparti, sistemiamo tutto il mese prossimo". Ma chissà perché, trenta giorni dopo si è dimenticato ancora, oppure ha rimediato all'errore vecchio e ne ha ficcato dentro un altro più grave. E se vai un'altra volta a protestare diventi proprio una rompicoglioni, sicché alla fine Lucrezia si stanca, "per 50.000 lire, che se le tenga". E lui se le tiene, le sue 50.000, e anche quelle degli altri crews, che proprio come lei hanno lasciato perdere. Se poi Lucrezia gli fa girare le scatole una sera che è di chiusura, Sergio le timbra il cartellino un'ora prima che lei esca, e quando lei se ne accorgerà sarà già troppo tardi, così avrà regalato sessanta minuti all'azienda, ed è inutile protestare, il franchisee non vuole fare brutta figura con i supervisor della company quando verranno a controllare gli orari. E se una domenica Lucrezia gli fa girare le scatole dicendo ai colleghi che è stanca, Sergio la convocherà nel suo ufficio al piano di sopra e le spiegherà che questa non è un'azienda come le altre, "qui non c'è spazio per la gente che si lamenta, qui i sindacati non li vogliamo, non approfittarne solo perché non sei di quelli a termine". Poi le ordinerà di andare giù al Popeto e di restarci per almeno tre ore. Già, forse però voi non sapete che cos'è il Popeto. Lucrezia invece lo sa benissimo, e ogni tanto se lo sogna anche di notte. Popeto sta per pollo-pesce-torte: è una grossa friggitrice divisa in vasche piene d'olio, dove gli alimenti passano prima di finire sui vassoi di plastica. La sera, il Popeto viene spento e il suo liquido ribollente finalmente riposa. Il mattino dopo, lo stesso olio torna a 300 gradi a ingoiare cotolette, nugget, apple pie e fish. In teoria, bisognerebbe cambiarlo una volta la settimana, ma spesso Sergio finge di dimenticarsene, per far durare il pieno di grasso due o tre giorni di più. E Lucrezia lo odia, il Popeto. Lo odiano tutti, perché quando stai lì davanti respiri un fumo denso e cattivo, anche se è inverno si suda sempre dal caldo, e la macchina schizza dappertutto, dietro le spalle c'è il grill della carne che è ancora più caldo, a ogni passo rischi di scivolare e di ritrovarti per terra e di pagare i danni se rompi qualcosa. Ma se qualcuno prova a dire che non ce la fa più, Sergio lo manda a rinfrescarsi nel seminterrato, dove la cella frigorifera è sempre a 18 gradi sotto lo zero. Venti minuti a pulirla senza un maglione addosso, o con una felpa sudicia che in cinque anni nessuno ha mai visto lavare. Una collega di Lucrezia una volta è uscita dalla cella con una guancia paralizzata: un nervo s'era incantato dal freddo e lei non riusciva più nemmeno a parlare; Sergio le ha consigliato di far finta di niente, se voleva il rinnovo del contratto a fine stagione, e l'amica di Lucrezia ha obbedito. Ma per il franchisee è stata una scocciatura lo stesso, perché quella disgraziata non riusciva nemmeno a sorridere, e non sorridere è contro il regolamento al fast-food. Quando riesce a evitare il Popeto, Lucrezia spesso finisce di sala. Allora sono trenta, forse qualcuno di più, i tavoli di cui è responsabile. Deve pulirli con lo straccetto bagnato, appena i mangiatori si alzano. Deve portare via il vassoio, se i clienti se ne sono scordati, e buttare gli avanzi nel trash. Deve lavare per terra, a schiena diritta e disegnando i suoi otto, naturalmente. Deve controllare che nessuno si fermi troppo a lungo e - nel caso - chiedere gentilmente di andarsene. Deve pulire i bagni, perché ogni mezz'ora un manager va a controllarli, e magari un cliente s'è liberato dei suoi escrementi fuori dalla tazza, un altro ha pisciato davanti alla porta perché il w.c. era occupato, una tossica ha lasciato la siringa sporca di sangue per terra, uno squatter si è divertito a spulciare il suo cane nel lavandino. Ma i servizi devono essere sempre puliti, anche se mancano i guanti di plastica, anche se qualche volta ti viene da vomitare, anche se magari hai paura di prenderti l'Aids. Del resto, prova un po' a lamentarti del Popeto o del turno di sala, e Sergio ti chiamerà di nuovo al piano di sopra, ma questa volta non ti parlerà più della grande famiglia, ti urlerà solo che devi stare zitta e muta perché lui ha le palle, anzi le palle quadrate, e per meglio spiegarti il concetto si metterà le due mani a conchiglia sui pantaloni a contenere con un gesto osceno quei genitali di cui è tanto orgoglioso. Poi, quando si sarà sfogato abbastanza, quando ti avrà strillato che ce ne sono altre mille come te qui fuori che aspettano soltanto di avere un lavoro, ecco, forse sarà allora che ti ordinerà di fare il carico, ricordandosi del tuo mal di schiena e del medico che due settimane prima ti ha certificato una vertebra schiacciata. Allora Lucrezia deve scendere nello scantinato, sollevare scatole e casse una sopra l'altra, roba alta due metri che pesa più di lei, ma bisogna portarla di sopra senza perdere tempo, perché in quelle casse c'è il pane la carne il pollo le patate le torte e soprattutto il milk-shake che pesa più di tutto, ogni scatolone sarà venti chili. Stai attenta, Lucrezia, con quelle casse, perché se ne cade una ti arriva la lettera di richiamo, se perdi una polpetta te la toglieranno dallo stipendio. E non dire in giro che sei esausta, perché senza lo stipendio del fast-food non riuscirai mai a finire l'università, tua madre non guadagna abbastanza e in casa c'è bisogno di quei soldi strappati agli hamburger e ai cessi da lavare. Stai calma, Lucrezia, al Popeto o al turno di sala, perché Sergio è capace di farti stare tre ore in piedi davanti alla timbratrice, così, per punizione, tanto è lui che per regolamento stabilisce le mansioni, e magari quel giorno decide che devi restare lì a guardare il nulla e con le mani diritte sui fianchi, finché non si sarà annoiato o sarà finito il tuo turno. Stai buona, Lucrezia, perché altrimenti la prima volta che ti toccherà stare alla cassa vedrai con la coda dell'occhio la sagoma di Sergio avvicinarsi alle tue spalle, appoggiarsi a una colonna e cominciare piano a sussurrare parolacce mentre tu prendi gli ordini dai clienti, davanti a te una bambina chiede un milk-shake e dietro lui ti dice "puttana". Ma tu, Lucrezia, fa' finta di nulla e parla a voce alta con quelli che ti sfilano davanti, resta immobile perché se ti volti è finita, continua a pigiare i tasti sulla cassa e a sorridere forte ai clienti, pregando Dio che non sentano o almeno non capiscano le parole scurrili che escono dalla bocca di Sergio. Fai come gli altri, Lucrezia. Danza con la ramazza tra i tavoli. Friggiti le braccia fingendo di non sentire mai male. Pulisci i cessi fino a non sentirne più neppure l'odore. Resta in equilibrio tra le pozzanghere di grasso in terra. Fingi di non vedere la biro di plastica caduta nella friggitrice dal taschino del manager per fondersi con tutto il suo inchiostro tra le pepite di pollo. Sorridi puntuale ai clienti e non dimenticarti mai il "grazie" di rito parlando ai colleghi. Pigia sulle patatine grandi quando il cliente vuole semplicemente patatine e sulla Coca grande quando il cliente chiede soltanto una Coca. Ricordati di recitare "Non vuole anche l'hamburger?" al tizio che ordina solo un frappé. Pulisci bene dietro la griglia senza stare a spegnerla, però. Taci sugli straordinari rubati. Disegna sempre una bellissima M nel condire le patate col sale. E fingi di non sapere chi ha fatto la spia con Sergio rivelando al franchisee i nomi dei riottosi e degli scontenti. Se avrai sempre chinato la testa, forse, un giorno, sarai scelta come crew del mese. E il crew del mese ha diritto a un premio, com'è giusto: una maglietta dei Dinosauri, un buono-benzina da cinquantamila lire, due biglietti per un cinema in centro. Ma soprattutto la foto, sorridente e in divisa, da appendere su una targa alla parete di sinistra, dove i clienti fanno la coda e scoprono quanto il crew è stato bravo, efficiente e produttivo, e magari gli fanno anche un complimento in inglese. Il crew del mese magari un giorno potrà diventare anche lui un trainee e poi - chissà, perché no - forse perfino un manager: glielo promettono i capi in cravatta con una pacca sulla spalla per insegnargli a non rifiutare più niente. E allora l'aspirante trainee è contento e si carica della spazzatura più pesante, va a pressare i sacchi e poi li porta di buon umore in strada, aiuta la hostess a preparare la festa dei bambini, spiega al crew che dovrebbe radersi meglio la barba, consiglia alle ragazze di non dipingersi le unghie e se arriva un bambino zingaro gli regala in fretta un po' di patatine purché si tolga subito dai piedi. Poi l'aspirante trainee va all'ingresso a montare il pupazzo di cartone dai capelli color carota che deve attirare clienti di ogni nazione ed età, strappa i volantini appiccicati alla vetrina da un sindacalista nemico, sorride ebete al ragazzino che gli ha appena tirato un pallino di carta soffiando nella cerbottana. E ancora, chiede scusa al punkabbestia che pure gli ha fatto lo sgambetto mentre correva con un vassoio in mano, timbra il cartellino d'uscita mezz'ora prima di aver finito di pulire la sala. È bello, dunque, essere nominati crews del mese. E se, dopo cinque anni così, il premiato diventa un manager per davvero, allora potrà restituire la divisa a righe per avere in cambio una camicia blu a tinta unita, una bella cravatta aziendale e una spilla in similoro con il marchio della catena. Seguirà un corso di una settimana a Milano, poi gli faranno un esame e se veramente è bravo vincerà pure il cappello d'oro o d'argento, che potrà esibire come una medaglia quando tornerà al negozio. Allora avrà anche una nuova targhetta, in cui al suo nome di battesimo si aggiungerà finalmente il cognome, e il franchisee gli spiegherà che se lavora sodo prima o poi lo manderanno addirittura nell'Illinois, sì, proprio all'Università dell'hamburger, e le giovani crew impazziranno per la sua nuova divisa! Certo, a fine mese il nuovo manager scoprirà un po' deluso di essere sempre un lavoratore del turismo inquadrato al quinto livello e che le sue 900.000 lire al mese a part-time sono diventate solo un milione e mezzo per il tempo pieno, notti comprese; ma in compenso potrà urlare anche lui in faccia agli ex colleghi divenuti sottoposti, potrà infuriarsi se le ragazze porteranno scarpe vecchie rovinate dall'amuchina o dall'antigrease, potrà insultare Lucrezia e le altre da dietro la colonna se quel giorno non sorrideranno abbastanza ai clienti in fila. Sarà per questo che da quattro anni Lucrezia vede ragazzi cortesi - qualche volta perfino amici di quartiere - trasformarsi in manager tronfi e inflessibili, con il cronometro in mano a controllare la cottura dei nuggets, con la spilla in similoro lucida a inchinarsi servili davanti al franchisee, "tanti auguri per Natale e buone feste a tutti". Ma Lucrezia non riesce a piegarsi perché ha ancora gli occhi orgogliosi, il papà che ha speso la vita in fabbrica, e una schiena che è diritta non solo per ramazzare in terra, ma anche per guardare bene in faccia il padrone. E così invece di rinchiudere le lacrime dentro un falso sorriso da regolamento, un giorno d'inverno, senza nessun motivo, Lucrezia sale all'ufficio di Sergio e gli chiede i guanti per pulire i bagni, un maglione pulito per la cella frigorifera, le scarpe antisdrucciolo per non cadere in cucina, l'indennità di legge per quando fa il turno alla cassa, un facchino robusto per portare gli scatoloni pesanti dallo scantinato, gli straordinari pagati e perfino una mascherina per non respirare il fumo esalato dalla griglia quando bisogna lavarla. Allora il franchisee fa un mezzo sorriso in poltrona e si allenta un po' la cravatta, si alza in piedi di scatto e si mette di nuovo le mani sui genitali, urlandole che adesso gli ha proprio rotto i coglioni, lei ancora non sa di che cosa è capace, gli basterebbe una parola per farla scappare in lacrime da quel ristorante. Lucrezia scuote la testa e tace, ma lui le grida di andarsene prima che sia troppo tardi e continua a rovesciare parole scurrili mentre lei scende pallida verso la sua cucina. E il giorno dopo, quando arriva al negozio, Lucrezia saluta nel silenzio di tutti, neppure l'amica di sempre quel giorno ha il coraggio di risponderle. S'incrociano soltanto sguardi obliqui e impauriti o imbarazzati, e lei dice di nuovo "ciao!" ma ancora il silenzio l'avvolge e un manager con un gesto secco del mento le indica di andare alla cassa. Ci resta tre ore, quattro, cinque, ma neppure per sbaglio qualche collega le parla e le sole parole che sente sono gli ordini dei clienti in fila. Ma poi per la rabbia o la paura o chissà, a un certo punto Lucrezia deve andare a fare la pipì. Chiama il manager più vicino e chiede il cambio, "solo cinque minuti poi torno, ti giuro". Il manager le fa cenno di andare, lei quasi si stupisce e scappa subito verso il bagno. Intanto però il franchisee arriva di corsa alla cassa rimasta vuota, prende il posto di Lucrezia, sorride a 32 denti a una grassa turista australiana proponendole un menù completo. Lucrezia torna davvero dopo cinque minuti e fa per dire grazie a Sergio che le ha tenuto la cassa, e il suo è un grazie meccanico, recitato senza pensarci. Ma il franchisee l'allontana con una mano e le urla: "Grazie un cazzo, ragazzina, qui mancano centomila lire!". In un attimo Lucrezia capisce tutto e sente perdere l'equilibrio, si appoggia a un tavolo e prende fiato. Ma Sergio è davanti a lei, le strattona la divisa a righe e la trascina su per un braccio gridando: "Tre crews e un manager subito nel mio ufficio, ho bisogno di testimoni quando parlo con questa!". Così Lucrezia si ritrova in piedi davanti a Sergio seduto in poltrona che si accende una sigaretta. "Una vostra collega ha rubato dei soldi alla cassa", attacca il franchisee guardando il soffitto. " È la prima volta che succede qui dentro… " È una vergogna per tutti noi del negozio. "Ma come ti è venuto in mente, Lucrezia, dopo tanti anni di lavoro insieme? "Se avevi bisogno di soldi potevi chiederli, magari te li prestavo io, ti anticipavo qualcosa… "E invece tu ti sei messa a rubare! "E mi sai dire come facciamo adesso?" Il franchisee sospira, fuma, si gode il silenzio e la paura di tutti. Cambia tono di voce: "Beh, ragazzi, cerchiamo di risolverla insieme… "Sentite, io i carabinieri preferirei proprio non chiamarli. "Anche se è quello che dovrei fare, certo… "Sapete, più che altro mi dispiacerebbe anche per sua madre, povera donna." E lo dice come se Lucrezia non fosse anche lei presente, in quell'ufficio. "Guardate, io quasi quasi faccio finta di niente", continua. "Ma è solo per il buon nome del nostro negozio, naturalmente." Il franchisee si ferma, sospira e cerca lo sguardo degli altri che gli fanno di sì con la testa. Ora, finalmente, guarda Lucrezia negli occhi: "Okay, facciamo così, tu te ne vai, e io non ti denuncio." Lucrezia tace, il franchisee prende dal cassetto un foglio di carta. "La lettera di dimissioni scrivila pure qui sopra, e ti prometto che non dirò niente neppure a tua madre. "Ma che non si sappia in giro, che sono stato così buono." Lucrezia si china e firma. Sergio volta lo sguardo verso il manager e dice: "Senti, come hai detto che si chiamava quella filippina che è venuta qui ieri sera a chiedere un lavoro?".
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