Non ci sono più dubbi sul fatto che la Montedison SPA sia una società dalle oscure fondamenta esoteriche. Nata a metà degli anni Sessanta con i fondi di Mediobanca per iniziativa e interesse personale del sempreverde Enrico Cuccia, Montedison non ha mai avuto un attimo di pace. Gruppi dirigenti sempre in partenza o in arrivo a seconda di come sventolasse il vento della politica, piani industriali fatti e rifatti, strategie sempre più incerte. La centralissima sede di Foro Bonaparte a Milano ha ospitato, per oltre un trentennio, la miglior borghesia milanese che, finito l'orario di lavoro, si riversava nelle strade e nei bar della "Milanodabere" per concludere improbabili quanto misteriosi affari.
Il primo tra i molti peones a scalare Montedison fu proprio Enrico Cuccia. L'operazione, in puro stile finanziario nostrano, venne condotta in gran segreto. Cuccia diede l'assalto alla diligenza del chimico per consegnarla a Cefis, che a quei tempi presiedeva nientepopodimeno che l'Eni. A poco valsero le violente proteste di Agnelli e Pirelli, visto che Cuccia tirò dritto per la sua strada. Quella prima scalata fu la prima di molte e variopinte successive acquisizioni. Ogni gruppo di potere che si rispettasse doveva perlomeno tentare di accaparrarsi la Montedison. Tra i (molti) vincitori nell'impresa: Raffaele Cirotti (il delfino di Cefis all'Eni). Nino Rovelli, il presidente della Sir (che di Montedison fu rivale storica). Mario Schimberni che, già presidente della società, buttò fuori dal cordone azionario la famiglia Bonomi, salvo poi essere messo alla porta a sua volta da Raul Gardini. Sotto la rampante guida di Gardini, Montedison riuscì a diventare il più grande ricettacolo di tangenti e affari "all'italiana" della prima repubblica, quasi un vero e proprio altare delle mazzette il cui agnello sacrificale fu Gardini stesso. Chiusa (non ancora giuridicamente) la vicenda Enimont e lasciato alle spalle il crack della famiglia Ferruzzi, Montedison tornò nelle mani di Mediobanca, allora grande alleata del gruppo Fiat.
L'Opa in grande stile lanciata dal gruppo di Torino sulla società chimica milanese, se da un lato indica la volontà della famiglia Agnelli di convertire la propria società verso il settore dei servizi, dall'altro evidenzia la volontà di Fiat di confermarsi, una volta per tutte, come il più potente polo finanziario del Paese. Alla faccia, ovviamente, del defunto Enrico Cuccia.