La sempre incombente recessione del'economia americana e, conseguentemente, di quella dell'intero pianeta continua a spaventare il mondo finanziario. I prezzi delle azioni sono scesi. I titoli tecnologici costano poco, anzi pochissimo. Sarebbe dunque consigliabile tornare a d acquistare. Eppure i listini azionari non decollano. Anzi la discesa, pur intervallata da modesti rimbalzi tecnici, continua inesorabile. Probabilmente nessuno dispone di uno strumento di analisi dell'attuale congiuntura economica capace di leggere con chiarezza inequivocabile i segni della crisi in corso. Un problema serio è rappresentato dall'inflazione. In realtà la diminuizione dei tassi d'interesse, voluta da Greenspan per contrastare la recessione e sostenere la ripresa della crescita, possono far rialzare la testa all'idra inflattiva. Ma ciò che è più preoccupante è che la ripresa, pur nel contesto inflattivo, continua a non vedersi da nessuna parte. Non sarà che l'economia turbocapitalista e neoliberista deve rimettere in questione alcuni suoi dogmi incrollabili? Per esempio è ancora vero che bisognia privilegiare dal punto di vista macroeconomico il primato del sotegno all'offerta, piuttosto che della domanda.
Guardiamo al caso della new economy.
La crisi della nuova economia è anche crisi di consumo? Domanda che può suonare strana per chi guarda di solito alla dinamica dell'offerta, ai conti delle imprese ed al valore dei titoli azionari. Ma, a ben guardare, si tratta di una questione legittima e importante, perché la ricchezza della società industriale (e delle compagnie che più l'hanno rappresentata) deve molto (se non tutto) a Ford e a Keynes, vale a dire al consumo di massa, ai buoni salari, allo stato sociale e a tutto quello che hanno significato affinchè l'automobile divenisse un bene di consumo. Così è, probabilmente, per i prodotti tecnologici. Si è vero che tutto è stato gratis sul net, ma la sostanza vera è che i tassi di accesso ad internet e, più ancora, quelli di utilizzo dei prodotti/servizi potenzialmente da fare pagare sono stati, a livello mondiale, assolutamente irrilevanti.
Forse una maggiore attenzione alle politiche della distribuzione del reddito deve tornare ad essere prestata. Non solo per motivi etici seri come la salvaguardia del patto di solidarietà sociale e il rispetto dell'equità, ma anche per aggredire più efficacemente la crii depressiva delle economie mondiali.
STAGFLAZIONE
Una fase d'incertezza
Stati Uniti, Europa e Giappone, pur trovandosi in fasi congiunturali diverse una dall'altra, sembrano essere accomunate attualmente da un minimo comun denominatore: il ritorno dell'inflazione. Il rincaro dei prodotti energetici e alimentari sta esercitando notevoli pressioni sulla curva dei prezzi al consumo, tanto da spingere alcuni economisti a domandarsi se l'economia mondiale non sia prossima a una stagflazione (stagnazione della crescita accompagnata da un alto tasso d'inflazione) simile a quella vissuta negli anni Settanta.
La rivoluzione neo capitalistica all'italliana Il gruppo Fiat si appresta a conquistare Montedison e a divenire il principe dell'elettricità. Cambiano gli assetti ma non gli attori del salotto buono della finanza nazionale e al popolo dei fondi non rimane che guardare e aspettare.Il capitalismo italiano è come un paesaggio con un'unica grande montagna, il monte Bianco, cioè la Fiat. Tutt'intorno ci sono solo molte colline. Così Enrico Cuccia, lo storico e ormai defunto presidente di Mediobanca, amava descrivere il ruotare dell'intera economia italiana intorno alla sede del gruppo guidato dalla famiglia Agnelli