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 STAGFLAZIONE
alan greenspan Stati Uniti, Europa e Giappone, pur trovandosi in fasi congiunturali diverse una dall'altra, sembrano essere accomunate attualmente da un minimo comun denominatore: il ritorno dell'inflazione. Il rincaro dei prodotti energetici e alimentari sta esercitando notevoli pressioni sulla curva dei prezzi al consumo, tanto da spingere alcuni economisti a domandarsi se l'economia mondiale non sia prossima a una stagflazione (stagnazione della crescita accompagnata da un alto tasso d'inflazione) simile a quella vissuta negli anni Settanta. In realtà, però, i differenti contesti congiunturali che contrassegnano le tre aree prese in esame fanno sì che il rincaro dei prezzi produca effetti contrastanti sulle singole realtà economiche. Trent'anni fa, invece, quando l'economia internazionale venne catturata dalla morsa dell'inflazione a due cifre, i cicli di vita congiunturale di ciascun paese erano praticamente paralleli.
L'economia statunitense si trova ormai alla fine del periodo espansivo che, con i suoi massicci investimenti in tecnologie e telecomunicazioni, aveva dominato la seconda metà del 1900 e a cui era seguita una fase caratterizzata da un eccesso dell'offerta e un sensibile incremento delle scorte di magazzino. La recente frenata dell'economia è stata accompagnata da una robusta inflazione: a maggio i prezzi al consumo sono saliti oltre il previsto, in misura dello 0,4% contro lo 0,3% di aprile. Escludendo le componenti più volatili dell'inflazione, ossia i prezzi dei prodotti energetici e di quelli alimentari, l'indice dei prezzi al consumo, in realtà, a maggio è diminuito. Tuttavia, a preoccupare gli analisti è il fatto che nei primi quattro mesi del 2001 l'indice sia salito progressivamente, denotando quindi una chiara tendenza di fondo.
La situazione è tale da aver indotto Alan Greenspan a rassicurare i mercati, la scorsa settimana. Il presidente della Federal Reserve, infatti, parlando alla Commissione bancaria del Senato ha asserito che non ci sono pericoli di inflazione negli USA. Stima di poter pienamente sorvegliare i rischi di ritorni inflazionistici a breve, mentre è apparso più evasivo per quanto riguarda l'evoluzione dei prezzi a medio e lungo termine. In sostanza, anche la Fed è cosciente che i segnali di una crescente instabilità inflazionistica sono piuttosto evidenti, ma per il momento ritiene di avere ancora spazio di manovra per tenere la situazione sotto controllo pur in presenza di un nuovo allentamento della politica monetaria.
Per quanto riguarda il Giappone, invece, la situazione congiunturale può tranquillamente essere definita "deflazionistica". Dopo un decennio di stagnazione, infatti, il paese del Sol Levante non è riuscito a trovare alcun valido rimedio per porre fine alla crisi economica, tanto che oggi le prospettive per i prossimi mesi sono notevolmente peggiorate rispetto a quelle formulate alla fine dello scorso anno. L'economia interna giapponese si è deteriorata al punto tale da far ritenere assai probabile una recessione dell'intero paese. Questa forte debolezza congiunturale e, soprattutto, della domanda interna hanno fatto sì che la curva dei prezzi si orientasse al ribasso nonostante le pressioni del mercato internazionale, creando tutti i presupposti della deflazione.
L'Europa, intesa come zona euro, sta a sua volta attraversando un periodo ancora più particolare, anche se per certi versi più convenzionale. L'impatto del rincaro nei prezzi petroliferi e alimentari, infatti, sta penalizzando la sua economia in maniera diretta, a causa della debolezza cronica dell'euro. L'incapacità della moneta unica di recuperare il terreno perduto e la sua evidente mancanza di tenuta nei confronti del dollaro, non hanno fatto altro che rendere ancora più salata la bolletta energetica che, com'è noto, si paga proprio in dollari. L'inflazione di Eurolandia ha in effetti raggiunto a maggio un tasso annuo del 3,4% (dal 2,9% di aprile), portandosi al livello più elevato dal 1993. A peggiorare il quadro è il fatto che, contrariamente agli USA, anche il "core rate" è salito sensibilmente. Depurando l'inflazione di maggio delle componenti volatili, l'aumento è stato del 2,1% ossia più di quanto stabilito dalla Banca Centrale Europea (2%) come "tetto" massimo per garantire la stabilità dei prezzi nell'Unione monetaria europea.
Le proiezioni per i mesi a venire sono di un probabile rallentamento delle pressioni sui prezzi di Eurolandia, sempre che anche il costo del petrolio tenda a scendere sul mercato internazionale. Questa visione appare più verosimile per gli ultimi mesi dell'anno, poiché un'eventuale discesa dei costi energetici tarderebbe a produrre effetti positivi sul livello generale dell'inflazione, almeno di qualche mese. La situazione attuale, comunque, desta parecchie preoccupazioni e tiene inoltre in trappola la BCE che, da un lato, viene chiamata a sostenere l'economia attraverso una diminuzione dei tassi d'interesse, e, dall'altro, non può esimersi dal rispetto del suo compito principale che è quello di salvaguardare la stabilità dei prezzi interni all'UEM.
Le incognite per l'Europa non sono finite qui. La crisi economica della Germania rappresenta un altro fattore destabilizzante per l'intera unione, visto che è la nazione che ha maggior peso in termini economici. Il pericolo della classica spirale prezzi-salari non è così lontano; si ritiene, infatti, che l'aumento dell'inflazione determinerà un adeguamento salariale tale poter incidere negativamente su un'economia in palese raffreddamento. E le pressioni dei sindacati tedeschi per gli aggiustamenti salariali non si sono fatte attendere a lungo. Il livello dei costi del lavoro, però, in altre nazioni europee è molto inferiore rispetto alla media comunitaria e quindi riesce a tamponare le spinte provenienti dalla Germania.
Il quadro dell'inflazione è dunque molto variegato nel raffronto internazionale, nonostante l'attuale presenza comune di un movimento ascensionale dei prezzi energetici ed alimentari. Questa diversificazione allontana l'eventualità di un ritorno alla stagflazione degli anni Settanta, almeno per il momento. Gli economisti, inoltre, non escludono che i modelli di calcolo del tasso inflazionistico potranno subire delle modifiche negli anni a venire, con la sostituzione o l'inserimento di nuove componenti che finora non era state contemplate e con conseguenze sconosciute. Anche l'impatto della deregolamentazione e della globalizzazione dei mercati potrebbe determinare nuovi fattori in grado di influenzare la curva dei prezzi. Non meno determinanti saranno le azioni dei banchieri centrali. Con le loro politiche monetarie, riescono a condizionare oggi non solo l'economia, ma anche i mercati finanziari e il comportamento dei consumatori che, attraverso la leva della spesa, hanno anch'essi un forte influsso sull'andamento dell'inflazione.

  di Igino Domanin
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   data: 24 lug 2001 protezione contenuti: assente
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