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 MOLTI DUBBI
concessionario FiatFiat: ma c'è una strategia? L'annuncio di ieri conferma tutti i dubbi che da lungo tempo nutrivamo sulle logiche che governano il gruppo. Il punto chiave – non da poco - è il voler rimanere a tutti i costi presenti in settori di attività industriale – l'auto, soprattutto, ma a questo punto anche i veicoli pesanti e le macchine movimento terra – i cui margini di redditività sono sotto crescente pressione e, nel caso specifico dell'auto, con un posizionamento, una dimensione e risorse finanziarie inadeguate per far fronte a una concorrenza sempre più accesa. Qui la battaglia sembrerebbe persa in partenza, e solo qualche geniale, ma sporadico, successo organizzativo o di prodotto ha finora impedito una resa anticipata; ma tutti gli ultimi budget, più o meno ottimistici, sono stati puntualmente smentiti dalla crisi sudamericana di turno, un andamento meno brillante della congiuntura in Italia o la fine di qualche programma di incentivo alla rottamazione; in questo senso, difficile credere che le ultime debacle di performance siano davvero attribuibili all'amministratore di turno, ora bruscamente oggetto di avvicendamento: piuttosto abbiamo a nostro avviso a che fare con gli inevitabili riflessi di una situazione sempre meno sostenibile.
· Per far fronte al crescente indebitamento (7 mld di euro, anzichè i 3,5 mld previsti) si decide la vendita di attività non strategiche, tra cui soprattutto le azioni General Motors avute in cambio dell'operazione Fiat Auto, e si chiedono risorse al mercato. L'aumento di capitale però è di dimensioni molto limitate (1 mld di euro) ed esclude l'attesa quanto auspicata conversione delle azioni di risparmio e/o privilegiate; al più, ci si limita a offrire ordinarie a tutti, quel tanto che basta per scontentare al tempo stesso anche gli azionisti ordinari.
Ancora, si lascia intendere di voler puntare ancora sull'auto, ma solo fino a certo punto, perchè dalle holding (in particolare l'IFIL) l'impressione è che non giunga il via libera ad un'operazione più impegnativa, che limiterebbe gli spazi per una maggiore e auspicata diversificazione di portafoglio; tutti elementi, insomma, volti a creare un quadro confuso, in cui gli unici elementi di ottimismo rimangono il pur sempre elevato valore di break-up del gruppo – ma con le attività industriali sempre meno redditizie, bisogna solo sperare in una loro cessione, tale da far emergere elementi quali le loro quote di mercato o i fatturati – o il fatto che sotto il profilo borsistico i titoli sono quanto mai depressi (in pratica le Fiat ordinarie sono ancora sui livelli di quasi dieci anni fa, mentre il mercato da allora è salito di oltre una volta e mezzo). Continuiamo quindi a credere, come ormai da dieci anni a questa parte e con buona pace per tutti gli ottimisti della materia, molti dei quali anch'essi a oltranza da oltre dieci anni (il loro eroico attaccamento al dovere li esime dall'essere sbeffeggiati), che un investimento nei titoli Fiat tornerà a essere interessante solo nell'ipotesi in cui i suoi vertici decidano di vendere l'auto e le altre attività industriali; in pratica, che la Fiat non sia più la Fiat di oggi...

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