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 TASSI USA
Alan Greenspan La decisione della Federal Reserve di lasciare inalterati i tassi di interesse durante la riunione del 7 maggio sembra confermare l'incertezza regnante tra gli operatori circa l'entità della ripresa economica statunitense. Se è ormai assodato che esistono inequivocabili segnali di crescita, il dibattito alimentato dagli analisti riguarda la velocità e la entità di questa. Muoversi nella marea di valori, stime, proiezioni non è agevole e tanta abbondanza di dati contribuisce ad accrescere i dubbi su di una univoca quantificazione della velocità della ripresa. E, in ordine di tempo, l'ultima preoccupazione degli economisti riguarda una possibile pressione sul lato dei prezzi già a partire dall'anno in corso. I segnali contrastanti hanno sicuramente contribuito a mantenere il FOMC, Federal Open Market Committee, organo deputato alle operazioni di politica monetaria nel breve termine, cauto sulla necessità di alzare i tassi. In un contesto nel quale il costo del denaro nominale si trova ai livelli più bassi da 40 anni, a seguito di undici consecutive mosse espansive negli ultimi 12 mesi, la Fed, durante il meeting di marzo, aveva preparato il terreno lasciando intendere che avrebbe alzato i tassi nella successiva riunione, quella appunto del 7 maggio. Nella scorsa riunione però non si è ritenuto opportuno aumentare i tassi, preferendo mantenere una posizione 'accomodante', atta a non rendere ripido l'inizio del sentiero di crescita economico, non ritenendo così allarmante lo spettro di una fiammata inflativa.
Il problema per Fed risiede nell'interpretare correttamente le variabili macro, mai come in questo periodo discordi. Da un lato la stabilità nei prezzi è ritenuta una componente importante nel gioco complessivo, dall'altro lo sviluppo delle condizioni ottimali a supporto di una crescita che sospinga l'occupazione è considerato come obiettivo prioritario. Nel momento di una crescita economica esiste una naturale pressione inflativa, e la Fed con il suo cauto atteggiamento cerca di limitare l'uso della leva monetaria per non tarpare sul nascere le ali alla ripresa. La posizione dell'Autorità monetaria è necessariamente cauta perché l'uscita di un nuovo dato macro sembra disattendere l'attendibilità dello scenario prospettato da quello precedente. Infatti, gli ultimi dati evidenziano come la crescita del GDP nel primo trimestre dell'anno indichi una espansione economica sul 5,8% annuo, molto al di sopra delle più ottimistiche previsioni di una parte degli analisti che si attestavano sull'ordine del 5% annuo. Però in aprile si è assistito ad una crescita nel tasso di disoccupazione che ha toccato a fine mese il 6%: il valore ha dato adito alle tesi di quegli analisti che ritengono debole l'entità della crescita.
Dal lato dell'offerta, il giorno stesso del meeting della Fed, i dati relativi alla produzione industriale hanno manifestato un considerevole aumento nella produttività delle società manifatturiere statunitensi che è balzato al + 8,6% rispetto a 12 mesi or sono. Per gli ottimisti questo testimonia come la ripresa sia già profonda e come, grazie al taglio nei costi aziendali operato con successo dalle società, con un costo per un unità lavorativa in sensibile diminuzione nel primo trimestre del 2002, sia possibile attendersi un rimbalzo negli utili aziendali già a partire dal secondo semestre dell'anno. Ma occorre sempre tenere a mente le parole di Alan Greenspan che, in marzo, aveva definito l'entità della recessione come tenue, prevedendo una ripresa di pari grado. Questa continuo altalenarsi di dati contrastanti accentua la volatilità dei listini e enfatizza il nervosismo tra gli investitori. Ogni notizia, positiva o negativa che sia, viene accolta dal mercato con una crescente trepidazione che si traduce in bruschi sbalzi nei corsi dei titoli. Basti pensare a quanto successo durante la seduta del 7 maggio quando Cisco aveva chiuso con un rialzo del 20,3%. A scatenare i massicci acquisti degli investitori era stato l'annuncio del gruppo americano, dato il giorno prima a mercati chiusi, in base al quale il terzo trimestre dell'esercizio si era chiuso con utili superiori alle attese degli analisti. Il colosso Usa dell'Internet networking aveva infatti realizzato un utile per azione di 11 centesimi contro i 3 centesimi dell'esercizio precedente e i 9 centesimi previsti dal consensus degli analisti.
In questa babele di indicazioni contrastanti, l'andamento di un chiaro indicatore potrebbe essere quello in grado di influenzare la prossima decisione. Il parametro è rinvenibile nel cambio del dollaro. Se il recente modesto deprezzamento del dollaro dovesse in futuro subire una accelerazione, le aziende Usa trarranno sì dei benefici in termini di competitività internazionale, ma la svalutazione della divisa ha sempre portato con sé una accelerazione nella inflazione domestica. E questo potrebbe essere il motivo che spingerebbe la Fed a rialzare i tassi con una celerità superiore rispetto a quanto non intenda oggi fare, ponendo così fine all'atteggiamento 'accomodante' in politica monetaria. In attesa della prossima riunione della Federal Reserve, che si terrà il 25 giugno, la previsione della futura mossa dell'Autorità monetaria potrebbe passare dall'osservazione dell'andamento della valuta statunitense.

a cura di: Fondionline

  di I. Domanin
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   data: 22 mag 2002 protezione contenuti: assente Aiuto  

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