L'occidente ha scoperto la sua esistenza soltanto nel 1964, quando l'etnologo francese Michel Peissel riuscì a superare il massiccio dell'Annapurna ed entrò, primo viso pallido, nel Mustang. Peissel scoprì così questo minuscolo regno incuneato nel Tibet, a un'altezza media di 3.500 metri, annesso al Nepal nel 1789, ma che conservò una larghissima autonomia fino al 1959, quando il Tibet fu occupato dai cinesi, costringendo il regno nepalese a rendere ufficiali i suoi confini, nel timore di essere "pappato" dalle armate maoiste. Un'autonomia tanto larga da permettersi di vietare l'ingresso agli stranieri per secoli, appunto fino all'ingresso dell'etnologo francese. Seguendo una filosofia turistica manzoniana (avanti pedro, ma con giudizio), le autorità locali hanno aspettato poi fino al 1992 per concedere i primi permessi d'ingresso ai normali viaggiatori: da allora, ogni anno vengono concessi costosissimi "trekking permit" (costano 70 dollari al giorno) a non più di 500 persone, concessioni col contagocce per evitare un impatto troppo dannoso del turismo sulle popolazioni e sul fragile equilibrio ambientale locale. La domanda, a questo punto, è: vale la pena visitare il Mustang? Assolutamente sì, soprattutto se amate andare alla scoperta di aree non ancora contaminate dal virus del "pacchetto compreso". A grandi linee, un itinerario ragionevole parte dalla capitale Lo Manthang (nella foto), per poi proseguire lungo il corso del fiume Kali Gandaki ed entrare nell'Upper Mustang. Qui scoprirete un incredibile paesaggio lunare, fatto di sterminate pietraie, pinnacoli di roccia e improvvise spianate verdi, dove pascolano beati gli yak. Ogni tanto, a rompere l'orizzonte, spuntano le sagome dei monasteri. Da non perdere quello di Lo Ghekar, che si trova a due ore di trekking dal villaggio di Tramar: è un tempio che risale all'ottavo secolo d.C. ed è uno dei più importanti luoghi sacri del buddismo nepalese.