Il culmine della produzione artistica e culturale di Harlem (un quartiere sorto nel 1658 come insediamento di immigrati olandesi) fu raggiunta negli Anni Venti. Dal termine della prima guerra mondiale alle soglie della Grande Depressione del 1929, il quartiere ha vissuto un momento magico, passato alla storia come il Rinascimento di Harlem. Erano anni di produzione letteraria e musicale in cui le star e i vip americani bianchi frequentavano i locali e le sale musicali dei neri. Erano gli anni del "New Negro", dell'aframericano urbanizzato, culturalmente più evoluto rispetto ai fratelli del Sud, più radicale. Alain Locke, professore di filosofia a Washington, a proposito del cambiamento della condizione dei neri di Harlem scrisse: "Il legame principale era rappresentato da una comune condizione, anziché da una vita comune. Ad Harlem la vita dei neri trovò le sue prime opportunità per creare un'espressione di gruppo".
Con lo scoppio della crisi del 1929 e il crollo di Wall Street, il Rinascimento del quartiere nero ebbe fine.
Bisognerà attendere la fine del secolo per rivedere nelle strade e nei locali di Harlem il rifiorire di attività e produzioni artistiche. In due parole, per vivere un Nuovo Rinascimento. Alvin Reed gestisce lo storico Lenox Lounge (un night club aperto nel 1939). Ma nonostante il gran successo delle serate, non nasconde timori. In una recente intervista rilasciata al Guardian ha dichiarato: "Certe sere la sala è bianca al 100%. Pensavo che il Lenox avrebbe avuto una clientela locale". Una paura condivisa da molti, che vedono in questa nuova fioritura di Harlem un rischio per gli abitanti neri. I pullmann di turisti giapponesi ed europei affamati di gospel e di bar studiati apposta per loro (come l'Also Sylvia's, il caffè del soul-food) vengono visti come una possibile invasione dell'uomo bianco nel quartiere che dista poche centinaia di metri dal cuore di New York, dagli appartamenti della Fifth Avenue, una tra le più care al mondo.
Il timore dei leader delle comunità nere è che, con il nuovo interesse per l'area, multinazionali e imprenditori bianchi senza scrupoli possano fiutare il business del mattone in un quartiere dalle potenzialità molto appetibili.
Barbara Ann Teer, fondatrice del National Black Theater, commenta: "Hanno aperto le porte alle multinazionali. Arrivano e danno posti di lavoro, ma non pagano abbastanza per permetterci di vivere ad Harlem".
Questo significherebbe aumento dei prezzi degli affitti, del livello di vita, a danno dei più poveri.
E i neri, sfigati e mazziati da sempre, dove finirebbero? Nel Bronx? Nel Queens?