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MARCIA DELLA PACE
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  L'APPELLO

Domenica 14 ottobre 2001, noi, donne e uomini delle Nazioni Unite, marceremo lungo la strada che da Perugia conduce ad Assisi per promuovere la globalizzazione dei diritti umani, della democrazia e della solidarietà. Oggi il mondo dispone delle capacità necessarie per raggiungere questo obiettivo. Ma occorre cambiare strada e riconsiderare innanzitutto le priorità della politica e dell'uso delle risorse.
Ci muove la consapevolezza che non ci sono processi inevitabili, che "un altro mondo è possibile" e che per costruirlo è necessario promuovere la globalizzazione dal basso: una grande alleanza mondiale di donne e uomini, organizzazioni della società civile, comunità ed Enti Locali impegnati a rifiutare ogni forma di violenza, nella pratica come nel linguaggio, e a sostituire la cultura della guerra con la cultura della pace, la cultura della competizione selvaggia con quella della cooperazione, l'esclusione con l'accoglienza, l'individualismo con la solidarietà, la separazione con la condivisione, l'arricchimento con la ridistribuzione, la sicurezza nazionale armata con la sicurezza comune.
Ci muove la preoccupazione per un mondo che sembra andare fuori controllo, prigioniero di una fitta rete di tensioni, crisi e stridenti contraddizioni che sono causa di indicibili sofferenze umane. Un mondo dove tutti parlano di pace ma non si fa nulla per prevenire lo scoppio delle guerre o per mettere fine alle più clamorose violazioni dei diritti umani come in Palestina, in Afghanistan, in Sudan, in Tibet o in Birmania. Un mondo dove tutti parlano di giustizia ma si condannano interi popoli, come molti di quelli africani, a morire di fame e di sete o malattie. Un mondo dove tutti parlano di ambiente ma non si fa quasi niente per arrestare l'effetto serra, l'inquinamento e la deforestazione del Pianeta. Un mondo dove tutti parlano di libertà e democrazia ma che sembra scivolare verso un autoritarismo globale, dove la Carta dell'Onu e il diritto internazionale dei diritti umani vengono usati da alcuni Stati come il menù di un ristorante. Ci muove la preoccupazione per quei miliardi di persone senza diritti di cittadinanza, che sopravvivono e muoiono nel mondo: persone che compaiono e scompaiono di tanto in tanto, quando succede qualche inevitabile tragedia; persone che "esistono" solo se diventano un "problema di ordine pubblico" o una "opportunità di riduzione di costi" per qualche azienda multinazionale. Ci muove la preoccupazione per una società civile sempre più sotto pressione da una competizione sfrenata, colpita da un'enorme crescita dell'insicurezza (economica, relativa al posto di lavoro e al reddito, sanitaria, culturale, personale e collettiva, ambientale e politica) e dalla sensazione che stia venendo meno ogni certezza, che siamo al tramonto di ogni regola. Ci muove la preoccupazione per un processo di globalizzazione spinto da uomini e imprese interessate ad estendere il proprio potere o a massimizzare, nel più breve tempo possibile, i propri profitti senza alcuna attenzione ai costi umani, sociali e ambientali.
Dopo decenni di politiche mondiali influenzate dagli interessi economici, finanziari e commerciali dei grandi paesi industrializzati e delle grandi imprese, alla de-regulation e alla legge del più forte, alla privatizzazione, all'espansione del mercato e della sua ideologia, alla delegittimazione dell'Onu è giunto il momento di ridefinire le priorità dell'agenda politica internazionale e dell'uso delle risorse mettendo al centro non gli interessi di pochi ma il bene pubblico globale.
Il mondo ha bisogno di governi e istituzioni internazionali democratiche determinate a mettere un freno al crescente disordine internazionale, gestire le sfide dell'interdipendenza e promuovere il bene pubblico globale. Il mondo ha bisogno di governi decisi a contrastare e prevenire le guerre e le massicce violazioni dei diritti umani; sradicare la povertà e garantire a tutti il libero accesso ai diritti sociali di base (il diritto al cibo, all'acqua, alla salute, all'educazione, alla casa, ad un lavoro dignitoso...); garantire la libertà e l'esercizio dei diritti democratici, il pluralismo della società civile, delle imprese e dell'informazione; combattere il razzismo, la xenofobia, la discriminazione in tutte le sue forme; combattere le epidemie, affrontare le emergenze ambientali (riscaldamento globale, distruzione della biodiversità, desertificazione,...) e salvaguardare le risorse naturali per le generazioni future; promuovere equità e giustizia distributiva nell'economia e nel commercio globale; orientare la ricerca scientifica e tecnologica a favore dello sviluppo umano e far si che l'umanità intera possa beneficiare dei progressi raggiunti; etc... Oggi più che mai dobbiamo riconoscere che, nessuno di questi obiettivi -che tutti affermano di condividere- sarà mai raggiunto dalla libera azione del mercato o dalla sua globalizzazione, per la semplice ragione che esso ha altre priorità e obiettivi. Occorre, dunque, che siano innanzitutto la politica, la società civile, le istituzioni democratiche, nazionali e internazionali, ad assumere l'iniziativa. Una grande responsabilità spetta ai governi dei paesi più ricchi e potenti del mondo che, più di ogni altro, detengono il potere, le risorse e i mezzi per determinare, nel bene e nel male, le condizioni di vita e il futuro di gran parte dell'umanità. Per questo, noi donne e uomini delle Nazioni Unite, consapevoli delle responsabilità e dei doveri che ci accomunano, coerenti con i principi del diritto internazionale dei diritti umani e con gli ideali della Carta delle Nazioni Unite chiediamo con forza ai nostri governi di assumere un'altra priorità, di promuovere un'altra globalizzazione: la globalizzazione dei diritti umani, della democrazia e della solidarietà. Ignorare ancora l'urgenza di questo impegno comune vuol dire rifiutare le proprie responsabilità politiche e affrontare una sempre più pericolosa serie di crisi più o meno globali alle quali non sarà possibile rispondere con la politica del cerotto, i cui costi sociali e umanitari, economici e militari saranno molto più grandi di ogni seria misura preventiva. Per questo, denunciamo il comportamento irresponsabile di tutti quei governi che ogni giorno continuano a rinnegare gli impegni sottoscritti durante le grandi Conferenze mondiali dell'Onu degli anni '90 e rinnovati anche nel Millennium Summit dello scorso anno. Ai governi più ricchi e potenti del mondo che si sono riuniti a Genova noi abbiamo chiesto e chiediamo innanzitutto più democrazia. La democrazia è la via maestra che vogliamo e dobbiamo percorrere per affrontare le sfide del nostro tempo, riaffermare il primato della politica e migliorare il mondo in cui viviamo. Ma la democrazia (tutta la democrazia: quella politica, economica, sociale, rappresentativa, diretta, partecipativa) deve superare i confini dello stato nazionale ed estendersi anche ai grandi santuari della politica e dell'economia internazionale, dalla città fino alle Nazioni Unite. Senza democrazia, la globalizzazione è totalitarismo e colonialismo. A tutti i governi chiediamo di seguire la via della legalità, promuovendo la democratizzazione del sistema internazionale, processi decisionali aperti e trasparenti, la cooperazione a tutti i livelli, il riconoscimento dei diritti e del ruolo fondamentale svolto ogni giorno dalle istituzioni locali e dalle organizzazioni della società civile, l'apertura alle loro istanze e alle proposte. A loro chiediamo, ancora una volta, di promuovere decisamente il rafforzamento e la democratizzazione delle Nazioni Unite, quale centro della governabilità globale. Il processo di globalizzazione in atto ha aumentato il già profondo deficit di democrazia internazionale esistente, preparando un futuro denso di tensioni, incognite e pericoli inaccettabili. Senza il rilancio del sistema delle Nazioni Unite, senza un forte investimento per ridargli forza, efficacia e credibilità, nessuno dei tanti problemi globali potrà trovare una soluzione. Chiediamo cibo, acqua e lavoro per tutti. E' scandaloso che nonostante l'enorme crescita della ricchezza mondiale e gli straordinari progressi scientifici e tecnologici ci siano ancora tante famiglie nel mondo escluse da questi diritti fondamentali: 800 milioni di persone che soffrono la fame, un miliardo e duecento milioni di persone che non hanno accesso all'acqua potabile, 160 milioni sono le donne e gli uomini senza lavoro (34 milioni solo nei paesi industrializzati) e ancora di più sono coloro che nonostante un duro lavoro sopravvivono nella povertà. 250 milioni sono i bambini costretti a lavorare spesso in condizioni terribili. Come potrà mai esserci pace in un mondo come questo? Noi chiediamo che questi tre diritti fondamentali di ogni persona vengano posti da subito al centro dell'impegno degli Stati, delle istituzioni internazionali e degli stessi enti di governo locale. Questa lotta globale per la dignità umana deve essere parte di un instancabile impegno comune teso a promuovere la globalizzazione dei diritti umani, ovvero: tutti i diritti umani per tutti. Questo, noi donne e uomini, noi popoli delle Nazioni Unite, chiediamo con forza alle grandi imprese, alle istituzioni economiche internazionali, alle forze politiche, alle istituzioni locali, ai governi nazionali, all'Unione Europea e all'Onu. E' un obiettivo ambizioso, non nuovo, ma oggi possibile. Esiste un obiettivo concreto che possa essere considerato più importante? Alla vigilia dell'entrata in vigore dell'Euro, chiediamo al Parlamento, alla Commissione e al Consiglio Europeo, ai Governi e ai Parlamenti dei paesi membri un particolare impegno affinché l'originario disegno pacifista d'integrazione europea torni ad orientare le politiche dell'Unione Europea. In tutto il mondo cresce la domanda di Europa. Un'Europa a servizio della pace, del disarmo e della prevenzione dei conflitti. Un'Europa aperta al resto del mondo, capace di esprimersi con una sola voce nel contesto delle relazioni mondiali per difendere la causa della legalità e della solidarietà internazionale, per portare avanti la realizzazione di un modello di nuovo ordine mondiale coerente innanzitutto coi principi della Carta dell'Onu e del diritto internazionale dei diritti umani. Un'Europa dove la politica e la dimensione sociale abbiano il primato sul mercato. Un'Europa impegnata a colmare il deficit democratico interno tuttora persistente, a sviluppare il dialogo sociale e civile, a orientare la politica di coesione economica e sociale, a promuovere e sviluppare forme di più efficace cooperazione e solidarietà con i paesi del Mediterraneo e i più poveri, ad accelerare l'ingresso nell'Unione dei paesi dell'Europea centrale e orientale. Per affrontare le grandi sfide che abbiamo d'innanzi e globalizzare i diritti umani è indispensabile riscoprire e diffondere una cultura autentica della solidarietà e della condivisione. Nessuna comunità umana può sopravvivere senza solidarietà: nemmeno la comunità planetaria di cui siamo parte. Ma attenzione: non si tratta di distribuire un po' del superfluo che il nostro mondo produce in abbondanza. Ciò che oggi ci viene richiesto -per salvare l'umanità da una minacciosa deriva- è un forte investimento per la promozione della giustizia (la pace positiva) e per lo sviluppo della cooperazione internazionale a tutti i livelli. Le risorse non mancano. Per decenni abbiamo investito sugli armamenti. Oggi è venuto il momento di spendere quelle stesse risorse per garantire la vera sicurezza delle persone, di tutte le persone, di tutti i popoli e del pianeta. Altro che scudo spaziale! Denunciamo il comportamento irresponsabile, l'immoralità e il cinismo dei governi che continuano a negare all'Onu le risorse e i mezzi per fermare le guerre che da Gerusalemme a Kabul, da Gaza a Grozny, da Djarbakir a Khartoum devastano la nostra comunità umana. Denunciamo il comportamento illegale, l'immoralità e il cinismo dei governi che continuano a incrementare il traffico internazionale di armi (i primi sei maggiori esportatori sono quattro membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, la Germania e l'Italia), ad aumentare le spese militari e di quelli che oggi stanno preparando le guerre stellari scatenando una nuova corsa mondiale al riarmo. L'alternativa alla guerra (vietata dal diritto internazionale) e alla sua proliferazione è la creazione di un efficace sistema di sicurezza collettiva sotto l'autorità sopranazionale dell'Onu, debitamente riformato e democratizzato, dotato di una forza di polizia internazionale e di un corpo civile di pace. La domanda di solidarietà, giustizia e pace senza frontiere che viene ormai da ogni parte del mondo interroga ciascuno di noi che viviamo nella ricca cittadella occidentale, ci costringe a sollecitare i nostri governi a cambiare politica ma anche a ripensare il nostro modello di sviluppo, i nostri stili di vita personali e collettivi, e ci spinge a ridurre i consumi e ad eliminare gli sprechi e gli eccessi, a sostenere le esperienze di commercio equo e solidale e a promuovere una gestione etica del risparmio. Globalizzare i diritti umani, la democrazia e la solidarietà: questa è la pressante richiesta che viene da una moltitudine di donne, uomini e istituzioni locali di tutto il mondo. Queste "donne e uomini planetari" non chiedono nulla per sé ma per l'umanità intera. Essi sono l'embrione di una società civile globale che sta crescendo attorno ai valori della pace e della giustizia, dei diritti umani e della nonviolenza. Essi sono una risorsa straordinaria per il nostro comune futuro. Nelle loro e nelle nostre mani è riposta la possibilità e la responsabilità di cambiare questo mondo. Non basta chiedere occorre agire in prima persona. Andando verso Assisi, come quarant'anni fa Aldo Capitini, rinnoviamo innanzitutto il nostro impegno di donne e uomini liberi, di associazioni ed enti locali responsabili perché la pace e la giustizia si affermi in mille azioni concrete quotidiane, individuali e collettive: "a ognuno di fare qualcosa".

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  di Alberto Burba
gli stessi argomenti su:  Italia OnlineVirgilioYahoo! Italia
   data: 11 ottobre 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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