6 gennaio 2002, da Vientiane a Champasak, via Pakse (questa puntata è scritta da Cristina). Siccome sono stata male e ho rimesso l'anima al signore per un giorno intero, il mio fidanzato - sempre sia lodato - mi ha fatto il regalo di risparmiarmi le 15 ore di bus laotiano e abbiamo VOLATO nel sud del paese, a Pakse. Non devo mostrare troppa contentezza, senno già lo sento gridare "epatez les bourgeoise"! Cioè, la sottoscritta.
Adesso che il prode se la ronfa delle fatiche del viaggio che da Vientiane ci ha portato a Pakse (via aereo) e da Pakse a Champasak (via traghetto fluviale), posso raccontare in santa pace del nostro ultimo tour alla scoperta dei templi khmer. Dopo Angkor (in Cambogia) e Phasat Phanom Rung (in Thailandia), eccoci arrivati ora a chiudere il trittico con il Wat Phu Champasak. Un sito minore, soprattutto se paragonato al trionfo maestoso di Angkor, ma solo in apparenza, perché nasconde delle chicche molto interessanti: un'incantevole scalinata fiancheggiata da frangipane (l'albero simbolo del Laos) e una roccia nella quale è stata scavata la silohuette di un coccodrillo e dove, si suppone, i sanguinosi sacerdoti chenla praticavano sacrifici umani qualcosa come 1500 anni fa. L'adrenalina pompa a mille. E ci fa dimenticare gli oltre otto chilometri di pedalate che abbiamo fatto per arrivare al tempio dal villaggio di Champasak (e gli otto che dobbiamo rifare per tornare indietro...).
Adesso, cotti e stracchi, siamo nella nostra stanzetta di bambù, cullati dal frinire di migliaia di insetti tropicali e dal quieto grufolare dei porcelli che zampettano sotto i pavimenti della guesthouse-palafitta.