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  TREDICESIMA PUNTATA

Boat trip to dolphins11 gennaio 2002, i delfini dell'Irrawaddy. Welcome to paradise. Benvenuti a Don Det, lussureggiante isolotto piazzato là dove il Mekong si allarga e si rilassa formando un arcipelago di (si dice) quattromila isole. Durante la stagione delle piogge il fiume sale di parecchi metri, fino a coprire le cime degli alberi che, infatti, crescono storti e gobbi per via della corrente. Durante la stagione secca il grande fiume scompare, lasciando dietro di sé un canyon polveroso. All'interno di questa oasi di pace senza tv, frigoriferi, generatori e dove, di sera, ogni capanna si illumina di rudimentali lampade a olio, e ogni veranda alla luce ocra di questi lumini si popola di gente che bisbiglia per non interferire con i suoni della natura, all'interno di questa oasi di pace (dicevo) esistono ancora dei delfini d'acqua dolce.
Simili ai parenti brasiliani, pigri e capoccioni, questi adorabili mammiferi acquatici sono, neanche a dirlo, a rischio di estinzione. La nostra guida-nostromo ci porta all'incontro con i delfini grazie alla sua piroga con l'elica montata su una lunghissima asta mobile in modo da regolare il pescaggio dell'elica a seconda della profondità del fiume. E ci spiega che la popolazione sopravvissuta è ormai ridotta a 15 esemplari. Non a caso i saggi delfini, che, vale la pena ricordare, hanno un cervello molto più grande e con più circonvoluzioni del nostro, scappano appena sentono il rumore dei motori. Per cui arrivati alla laguna dove vivono, spegniamo e aspettiamo.
Nel silenzio rotto dal rombo delle barche dei pescatori e dal canto degli stessi, aguzziamo le orecchie per sentire il soffio dei delfini che emergono per respirare. Un suono dolcissimo, flebile e timido che annuncia la comparsa di una pinna, di un dorso luccicante e, se si è molto fortunati e svelti di sguardo, di una testona squadrata che ricorda, in piccolo, quella dei capodogli. Tento disperatamente di immortalarli con la mia Yashica reflex tutta manuale (aborro la tecnologia, forse perché lavoro su internet...). Rien a faire.
E' banale, ma inevitabile dire che la vista fugace di questi animali è straordinariamente emozionante. E' come se ti volessero rassicurare e dire, con un soffio: guarda, ci siamo ancora, non ci hanno ancora sterminati tutti. Vicini involontari di laotiani e cambogiani, questi delfini sono uccisi da entrambi, nonostante siano ritenuti animali sacri. Si crede infatti che siano la reincarnazione di pescatori, perché leggende popolari narrano di delfini che hanno salvato uomini dai coccodrilli (quelli sì, già estinti tutti). Il coraggio e l'altruismo dei delfini viene però ricompensato con la morte. Non data volontariamente, per quanto riguarda il versante laotiano: semplicemente la vita di un delfino vale meno di una rete da pesca. Di quelle in nylon, che hanno il difetto di non poter essere riparate: così quando un delfino s'impiglia, invece di tagliare la rete per liberarlo, dovendo poi ricomprarla, ci si mangia il povero delfino. Ma ancora peggio gli va sul versante cambogiano: i famigerati khmer rossi, ad esempio, nella loro guerra contro le antiche credenze ne hanno ammazzati a più non posso, nel tentativo di estirpare il culto della reincarnazione di pescatori nei pacifici, inoffensivi e spesso salvifici delfini.
Al di là di queste considerazioni, comunque un'esperienza impagabile, un bagno in una natura splendida, orgogliosa come una regina e ostinata come una capra nel resistere allo spregio dell'uomo. E anche, stranamente, una delle poche volte in cui ci si può rallegrare d'essere un turista farang. Senza dubbio è più remunerativo portare gli stranieri a fotografare groppe di delfini, che passare un'intera giornata a pesca. Si potrebbe titolare così: la peste del turismo di massa salva gli ultimi esemplari del delfino dell'Irrawaddy. God bless us e ci conceda di reincarnarci in un biglietto da 5 dollari, trattato con molto più rispetto e deferenza di un mammifero intelligente.

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  di Maurizio Pluda
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   data: 01 febbraio 2002 protezione contenuti: assente Aiuto  

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