12 e 13 gennaio 2002, da Don Det a Tadlo, via Pakse. Con contorno di elefanti... Lasciamo il paradiso di Don Det alle otto del mattino, in barchino fino al villaggio di Ban Nakasong. Da lì, due ore circa di autobus per raggiungere Pakse. Risolto il problema di dove dormire (hotel Phonesavan, 20mila kip per una doppia basica e triste), partiamo alla scoperta di Pakse. Una strana cittadina, dopo le meraviglie di Don Det. Ma vale uno stop di una giornata: sembra che un terremoto l'abbia colpita e che ora sia in ricostruzione. Decine di cantieri, stradali e non, danno alla città l'aspetto di un posto bombardato di recente. Tra la polvere sbucano però chicche da vedere: il mercato, qualche indizio del passato coloniale, un albergo di charme...
Da Pakse ci siamo poi mossi verso Tadlo. Un altro paradiso regalatoci da questo meraviglioso, sorprendente sud del Laos. Un villaggetto di collina, nell'altopiano di Bolaven (famoso per il buonissimo caffè laotiano), incastonato in una natura dolce e amica. Un fiume gioca con l'ambiente, creando squarci di paesaggio mozzafiato. C'è un bel resort (da 25 a 35 dollari il costo quotidiano di un bungalow), ma ci sono anche basiche guesthouse. Noi, ovviamente, optiamo per una seconda: 10mila kip a testa per un letto in una camerata dormitorio.
Ma la vera attrazione di Tadlo sono gli elefanti...
Volete tornare bambini, almeno per un'ora e mezza? Alzate la mano e montate in groppa agli elefanti del Tadlo resort. Visti da vicino, i mammiferi terrestri più grandi del mondo hanno un'aria buffa e un po' rintronata. Almeno finché non pensi che gli possa venire il balordone e, come è accaduto in questi giorni in India, la voglia di calpestare un po' di villaggi e relativi abitanti. Viceversa, se gli elefanti sono pasciuti e ben tenuti, trattati dolcemente e la sera, concluso il tour con i turisti, lasciati liberi di pascolare a zonzo, questo (forse) non succede.
I turisti, al modico prezzo di 50mila kip a testa, vengono condotti sopra una palafitta. E di lì fatti salire in groppa all'elefante. O meglio, su un palanchino di legno durissimo, che ospita al massimo due adulti e un bambino. Dopo di che, il mahout collocato a cavalcioni sul collo del bestione gli sussurra qualcosa in laotiano, gli tocca con il dorso del piede i lobi delle enromi orecchie e si parte. Destinazione: trekking nella giungla dove il nostro "destriero" tenta a ogni piè sospinto di pelare gli arbusti di bamboo per fare merenda. Cosa che al nostro mahout, vai a sapere perché, non piace. Per un'ora e mezza si va a spasso per ripidi sentierini strappati alla vegetazione. Si superano fiumi, ma soprattutto ci si gode la passeggiata da un'altezza davvero inconsueta. Vista dall'alto la giungla zeppa di formiconi, ragni e serpenti è decisamente affascinante. Gli zamponi elefantiaci pestano tutto senza pietà e senza sforzo apparente, laddove piede umano dice tre avemaria e un paternostro prima di posarsi. In più, diversamente dal cammello, l'andatura dell'elefante è stabile e comoda. Anche se il costante rollio impedisce l'esercizio della fotografia: ci ho provato, il risultato sono scatti tutti mossi, fuorifuoco, impubblicabili!
Certo, se invece di un rude palanchino di legno ci fosse stato un baldacchino imbottito, il viaggio avrebbe potuto continuare all'infinito. Viceversa, già dopo la prima mezz'ora le chiappe gridano vendetta e l'osso sacro sembra un coltello puntato contro il prossimo, futuro mal di schiena. Ma chi se ne frega. Si palesasse un elefante anche in questo momento, gli salteremmo in groppa per passeggiare, come principi indiani, sulla spiaggia...