29 dicembre, da Vientiane a Luang Prabang. Bellissimo viaggio in autobus, 50mila kip a testa il costo del biglietto. La prima parte, fino a Vang Vieng, attraversa la fertile piana del Mekong. Poi la strada comincia a salire e attraversa il plateau che divide la provincia di Vientiane da quella di Luang Prabang. Ci vogliono una decina di ore, vale la pena viaggiare di giorno per godersi il paesaggio. Si passano colline e montagne dove la presenza dell'uomo è un'accidente irrilevante. Quando c'è, si manifesta per lo più in villaggi di incredibile bellezza. Da vedere, ma non da vivere, vista l'incredibile povertà e basicità delle strutture: per lo più capanne e palafitte costruite nel microspazio di terreno esistente tra il bordo della route 13 e i pendii delle montagne. Gente tribale, agghindata nei suoi costumi tradizionali. Non ad uso dei turisti, perché quelli sono i loro vestiti normali.
Un mondo a parte è poi l'autobus. Per fortuna i sedili sono imbottiti e non mettono a dura prova le terga del viaggiatore. La colonna sonora è a base di pop laotiano, che dopo poco più di cinque minuti tritura le orecchie anche del più politically correct dei viaggiatori. Ma il fastidio di questi rumori (chiamarli melodie è davvero eccessivo) viene presto cancellato da molteplici "spettacoli". Fuori dai finestrini, i paesaggi. Dentro l'autobus, il continuo movimento dei passeggeri, su e giù dalla corriera. Basta un piccolo cenno, una presenza sul ciglio della strada e il conducente si ferma e ti raccatta: altro che fermate stabilite e amenità simili... ci sono poi le soste per fare pipì, per sgranchirsi le gambe, per mangiare. Queste ultime ci permettono di scoprire il loro equivalente dei nostri autogrill: e non c'è partita, perché la qualità del cibo dei loro baracchini e l'atmosfera che si respira sono semplicemente imparagonabili al triste "rumore bianco" dei nostri fast food autostradali!
Arriviamo a Luang Prabang sotto un bellissimo tramonto, illuminato da una luna piena imperiosa. La stazione degli autobus (chiamatela così, se volete) sta pochi chilometri fuori dalla città. Da lì, un tùk-tùk ci porta verso la guesthouse scelta leggendo la Lonely Planet (la nostra fedele guida di ogni viaggio). Ovviamente, è full: a Luang Prabang c'è una discreta folla di turisti e seppure ci siano molte sistemazioni, in gran parte sono piene in questo periodo. Alla fine però troviamo un alloggio (Hermitage guesthouse, ben 115mila kip la doppia). Ceniamo sul lungofiume, con tentativo di sperimentazione di un piatto tipico della zona: un pollo stufato con verdure, in un trionfo di melanzane e alghe del Mekong. Esperimento fallimentare: detto in parole povere, a me proprio non è piaciuto, mentre Francesca se l'è mangiato tutto. Cristina opta invece per un più sicuro fõe. Poi, a nanna.