31 dicembre, Luang Prabang. Noleggio di biciclette (10mila kip al giorno) e colazione al Bat Vatsene: un meraviglioso café aperto da una farang (straniero in laotiano: la parola arriva dalla corruzione di francaise, "francese", che nel tempo è arrivata a definire tutti gli stranieri e non più solo gli ex colonizzatori). Poi via, in gita a Ban Phanom, un villaggio che si trova a circa quattro chilometri da Luang Prabang. Ed ecco il Laos dell'arcadia, versione terzo millennio, che stavo ardentemente aspettando: un'affascinante agglutinato di capanne, poche case in muratura, una meravigliosa villa in stile coloniale francese, le tessitrici al lavoro (il villaggio è famoso per le stoffe e i tessuti) sui loro arcaici telai di legno. E zero turismo: zero guesthouse, zero baretti, zero ristoranti. Tutto ciò immerso nella giungla, a ridosso dell'ansa del fiume Nam Khan. C'è anche una weaving factory, dove si possono comprare i tessuti creati e lavorati a mano dalle donne del villaggio. Cristina e Francesca vogliono fermarsi a fare shopping, prima però decidiamo di andare a vedere la tomba di Henry Mouhot, lo "scopritore" di Angkor, morto a Luang Prabang nel 1861 di malaria. Sono poco più di altri quattro chilometri di saliscendi lungo un sentiero sterrato, molto faticosi ma assolutamente da fare (magari non sotto il sole a rebattone del primissimo pomeriggio...). Visti i pescatori all'opera. E i raccoglitori di alghe di fiume, ingrediente fondamentale della cucina tipica della zona. Bello da fotografare, assai meno interessante da mangiare...