2 gennaio 2002, da Luang Prabang a Vang Vieng. Se il viaggio per venire a Luang Prabang è andato liscio come l'olio, perché non dovrebbe essere così anche il nostro ritorno verso la capitale? Ottimisti e increduli dei terrificanti racconti di altri viaggiatori, arriviamo alla stazione degli autobus, compriamo il biglietto e zacchete: il bus che doveva partire alle 10 non parte. Forse è già partito, forse quel bus lì in stazione è quello delle 10 ma aspettano di riempirlo prima di farlo partire... cosa che sembra assai strana, visto che è già bello pieno. Mentre cerchiamo di capire cosa succede, parte il gioco al massacro: si appalesa un'altra corriera, capiamo che è lei quella giusta per la nostra destinazione. Di corsa, spintonando e sbuffando ci uniamo alla calca di farang e laotiani per occupare il posto migliore. Mentre le ragazze sgomitano, io salgo sul tetto del primo bus, prendo i nostri zaini e li trasferisco sulla nuova corriera. Soddisfatti e ben piazzati ci prepariamo alla partenza. Errore: nuovo contrordine gestuale, si deve tornare sul primo autobus. Altre corse, altri spintonamenti, su e giù degli zaini, stavolta è però quella giusta. A mezzogiorno, si parte. Ed è un viaggio infinito, faticosissimo, affascinante. L'autista sembra essere un apprendista driver, il mezzo è vecchissimo e arrancante, la quantità di gente e merci caricata fa il resto. Ci si mettono pure le forze dell'ordine a rendere ancora più complicato il viaggio: ben due posti di blocco, con controllo minuzioso dei passeggeri laotiani e dei loro bagagli. A noi farang (stranieri) manco un plisset... il regime a partito unico del Pathet Lao non vuole far vedere la sua faccia brutta ai tanto agognati turisti...
Arriviamo disfatti a Vang Vieng, nostra destinazione, che è già notte. Invece delle sei ore schedulate ci abbiamo messo quasi il doppio (compreso il ritardo iniziale). Parte l'usuale caccia notturna alla pensione. Si comincia come a Luang Prabang: una fioritura incredibile di guesthouse, il cui numero è di molto superiore a quello segnalato nella guida (la Lonely, con info che risalgono al 1998, è decisamente datata), ma tutte full. Prendiamo una via laterale rispetto alla strada principale: dopo vari "Solly, is full" (per chi non avesse letto la prima puntata di questo diario, i laotiani non pronunciano la "erre", proprio come i cinesi la traslitterano in "elle"), arriviamo alla Phoubane guesthouse. E lì troviamo sistemazione: 25mila kip per una camera, doppia o singola, con bagno, senza acqua calda, ma con un giardino interno e sauna alle erbe lao-style (la sauna costa 5mila kip). Si vede che ci stiamo allontando dalle zone un po' più turistiche: i prezzi cominciano a calare sensibilmente e se a Luang Prabang avevamo speso una decina di dollari per la stanza, qua siamo già scesi a due e mezzo. Ceniamo nella trattoria (più o meno...) di una gentilissima signora vietnamita e poi andiamo a nanna. Unico problema, i materassi durissimi, simili più a un pagliericcio che a dei comodi giacigli.