4 gennaio 2002, Vang Vieng. Ci fermiamo a Vang Vieng per due giorni. Il primo (3 gennaio) se ne va in gite in bicicletta, che qui sono delle solidissime mountain bike invece delle solite pesantissime bici di produzione cinese. Pedaliamo al modico costo degli usuali 10mila kip quotidiani nella campagna attorno al villaggio, con grotte sparpagliate qua e là in rocce di origine calcarea che all'improvviso si alzano dalla piana, un po' come le formazioni geologiche della baia di Halong in Vietnam o i "mogotes" di Vinhales a Cuba. Per arrivarci bisogna attraversare ponti di legno sui fiumi (oggi sono tutti a pagamento, poco - mille/duemila kip - ma tutti), pedalare per sentieri di campagna sterrati e risaie a riposo (il riso è stato raccolto, ora si aspetta la fine della stagione secca per seminare ancora e poi far crescere durante i lunghi mesi delle piogge monsoniche). Una meraviglia.
Vang Vieng è stata invece già colpita dalla sindrome turistica. Sono state costruite strade e guesthouse e ristorantini e localini in pochissimo tempo. L'impressione è che dell'ex incontaminato villaggio di pescatori sia rimasto ben poco e che l'ennesimo freak med stia fiorendo nel sud del mondo. Basta però attraversare il mercato per scoprire l'autentica Vang Vieng, fatta di capanne di legno (in maggioranza palafitte) e qualche rara casa in muratura.
Il secondo giorno (4 gennaio), dopo le solite selvagge trattative, ci avventuriamo con una piroga di legno con motore ingegnosamente sistemato fuoribordo (100mila kip per affittarla) in una gita lungo il fiume Nam Song per raggiungere due grotte. Una decina di chilometri risalendo la corrente, con attraversamento assai divertente (e bagnato) di piccole rapide, su un corso d'acqua cristallino e incontaminato. Passatempo preferito dai farang bolliti: noleggiare enormi camera d'aria di camion per mille kip e starsene a mollo nel fiume. Passatempo preferito dai locali: nessuno. Lavorano tutti per guadagnarsi il pane quotidiano, che in massima parte oggi arriva loro dal turismo.
Parallela alla strada principale corre una lunghissima pista in ghiaino sterrato: Vang Vieng è stata una delle basi segrete d'atterraggio per la famigerata Air America (legata alla Cia) nella guerra sporca degli americani contro il Pathet Lao durante la guerra del Vietnam... E oggi che l'esercito a stelle e strisce marcia contro l'islam nel nome di una malintesa "guerra al terrorismo" viene la pelle d'oca a pensare a cosa gli Usa furono capaci di fare in Indocina nel nome della guerra al comunismo: dal 1964 al 1973 il Laos fu infatti teatro di un conflitto di cui gran parte del mondo occidentale rimase all'oscuro. Una guerra segreta, condotta in spregio agli accordi firmati a Ginevra nel 1962, che riconoscevano la neutralità del Laos e vietavano la presenza di personale militare straniero. E molto, ma molto sporca: alla fine la quantità di materiale bellico rovesciato sul Laos fu pari a quasi due milioni di tonnellate, che tradotto in cifre più comprensibili significano più di 500 chilogrammi a testa per ogni laotiano, vecchi e bambini compresi! Per saperne di più su questa sporca guerra Usa contro il Laos, leggetevi il libro The Ravens (I corvi, dal nome in codice dei piloti americani) scritto da Christopher Robbins.