Il giorno dopo, andiamo pure a Xochimilco, un lago percorribile con le classiche imbarcazioni messicane, dei battelli molto lunghi che ospitano una tavolata con una ventina di sedie. Brenda & co. hanno chiesto a dei mariachi di cantare delle canzoni, mi hanno dedicato "Yo quieto ser", e poi hanno fatto cantare le classiche canzoni messicane, come "Cielo rojo", "México lindo" e "La Tequilera". Davvero da brividi, questi cantanti hanno una voce poderosa e i vestiti sono veramente messicani, come nei film, come da brividi è stato il pranzo consistente in "tacos allo squaraus" dato che venivano cucinati su una piastra immagino pulitissima, in barca e quindi preda di schizzi di fiume putres. Ciò nonostante, non ci è successo nulla, chissà, forse tutti quei santi ci hanno aiutato!
Vedere Città del Messico in questo modo è stata un'esperienza splendida, ed è un peccato che sia durata solo tre giorni. Ma l'aereo per Monterrey ci aspettava, avevamo l'indirizzo di un albergo e della casa di Martha. Ci facciamo accompagnare da Brenda e suo fratello, dopo aver fatto le foto di rito. Ma il traffico è pazzesco e la strada è lunga. Ci perdiamo, vediamo un incidente con tanto di rissa: due uomini scendono e si prendono a pugni in mezzo alla strada, come due pugili improvvisati in un ring delimitato da automobili e carreggiate. Non è la prima volta che vediamo questo, appena arrivati avevamo notato un uomo prendere a calci la porta dell'automobile precedente, rea di averlo appena toccato ad un incrocio. Gente calda, questi messicani!
Dobbiamo essere all'aeroporto circa un'ora prima della partenza dell'aereo, massimo trenta minuti; invece, arriviamo dieci minuti dopo... ma fortunatamente troviamo posto nell'aereo delle 19 senza neppure pagare nulla in più, così almeno abbiamo il tempo di prendere da bere e di salutarci con calma. Arriviamo a Monterrey, questa volta senza assordarci, verso le 21, e cerco un atm per prendere i soldi dato che a Città del Messico i tre sportelli che provo mi negano tutti l'accesso, dicendomi addirittura che il mio conto corrente non esiste. Purtroppo, anche qui ottengo lo stesso risultato, e così penso che la mia scheda si sia smagnetizzata. Non ho neppure una lira, e dipendere da Giovanni è un rischio perché mancano ancora molti giorni e nemmeno lui ha un margine sufficiente.
Dopo tutto quello che è successo con la Patty, che ultimamente manco scrive o saluta o augura buon viaggio, decido di non andare da lei e di non vederla, nonostante il parere contrario di Giuva. Telefono invece alla Martha, per farmi dire come arrivare a casa. Con mia grande sorpresa, lei non c'è, nonostante l'avessi avvertita prima della mia partenza, e suo padre cade totalmente dalle nuvole, non sapendo niente di noi né della via in questione. Dopo una mezz'oretta riusciamo a trovarla sul cellulare e ci sentiamo dire che la casa è già occupata e che lei non sa come fare. Insomma, un altro bel pacco firmato Messico. Dell'albergo non abbiamo il numero, e poi neppure ci interessa averlo. Prendiamo l'agendina e, con una faccia di bronzo come pochi, telefono a Patty, trovando sua madre. Le spiego che sono a Monterrey e ci facciamo venire a prendere in macchina. Non siamo aspettati, forse neppure molto graditi, così all'improvviso, e Patty ci accoglie con fare molto nervoso, quasi non parla e gioca con il cuscino del divano maltrattandolo. Il padre, che per lavoro alleva galli da combattimento - il loro chicchirichì ci terrà svegli gran parte della prima notte - non conta nulla in quella casa a sfondo matriarcale, e la madre, andando avanti e indietro in maniera ritmica sulla sedia a dondolo e dominando la situazione, inizia a fare domande abbastanza generiche su di noi, per poi lanciarsi in una filippica su internet e l'uso esagerato che se ne fa...
Finita la "chiacchierata", scopriamo che non c'è una stanza per noi. Io dormo letteralmente per terra, usando il cuscino del divano sotto la testa e tre coperte come materasso. Giuva si accoccola sul divano stesso, tutto sfondato, scomodo e corto...