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VIAGGIO IN VENEZUELA
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  SECONDA PUNTATA

Antonio e Dismelia della Posada del RecuerdoPoco prima delle 7 siamo nel patio a bere un caffè versato dal thermos che Angel tiene sul banco all'ingresso. E' lì che ci imbattiamo nei denti bianchissimi e nel naturale sorriso di Johnny Farias, pronto a condurre all'aeroporto Luca e Paola. Gli spieghiamo che dobbiamo ancora comprare il biglietto per Los Roques e naturalmente si offre di aiutarci. Si attacca al telefono e in dieci minuti risolve tutto. Del nostro tassista neppure l'ombra, così ci imbarchiamo tutti con Johny alla volta di Maiquietia, su una vecchia Ford del '77 dalle imbottiture rosicchiate e con un sottofondo musicale di salsa. E' una bellissima giornata e i colori del primo mattino illuminano la periferia che ci lasciamo alle spalle. In aeroporto stiamo molto attenti al biglietto aereo: decine di persone si alternano come interlocutori e non è facile mantenere il controllo della situazione. Alla fine pretendiamo che ci stampino i biglietti e la ragazza della compagnia sembra stranita dalla nostra richiesta! I prezzi sono quelli d'alta stagione, paghiamo 120 dollari a testa per andata e ritorno. Sono i nostri ultimi contanti, le guide avvertono che sull'arcipelago non ci sono banche e consigliano caldamente di rifornirsi di denaro sulla terraferma. Noi rischiamo di perdere il volo e Johny ci assicura che da poche settimane Gran Roque ha finalmente una banca. Esitiamo un po', ma alla fine ci fidiamo. Regaliamo gli ultimi spiccioli a Johny (che comunque becca le percentuali dalle compagnie e dalle posadas) e ci imbarchiamo per l'isola. E' lì che conosciamo Mari, una ragazza italiana che gestisce l'unica posada di Rasquì, uno scoglio proprio di fronte a Gran Roque. Ci avverte che non sarà facile trovare da dormire, e ci offre ospitalità - oltre a uno sconto - se dovessimo restare senza un tetto. Il volo è emozionante: l'aereo ha venti posti e una hostess che offre patatine e aranciata. Voliamo sulla barriera corallina e vediamo scorrere alcune delle isole che esploreremo nei giorni seguenti. Ci colpiscono Cayo Sal e Isla Larga, due lingue di terra in mezzo all'Oceano, poi atterriamo sulla pista stretta a ridosso della costa di Gran Roque. E' la più grande e l'unica abitata delle 42 isole coralline e degli oltre 250 isolotti e banchi di sabbia che compongono l'arcipelago di Los Roques, posta all'estremità settentrionale. Il turismo e le case trasformate in 'posadas' sono conquiste molto recenti: la popolazione ha sempre vissuto di pesca in silenziosa solitudine. A Gran Roque non ci sono automobili né motorini (ma una volta a settimana un vecchio camion fa il giro dell'isola per il rifornimento idrico), solo pochi trabiccoli elettrici utilizzati a volte da una specie di vigilanza. Non ci sono strade asfaltate e le stradine sabbiose rendono inutile, oltre che fastidioso, l'uso delle scarpe. Johny Farias non ci ha tradito: da poco è stata inaugurata la prima banca dell'isola, che si trova 'en el pueblo', ovvero nella piazza principale, naturalmente 'Plaza Bolivar'. Pagata la tassa d'ingresso al Parco Naturale ci avventuriamo nella terra sabbiosa a caccia di una posada. Il primo giro è fortunato: troviamo un altro italiano, sull'isola dal '98, che ci offre una stanza senza bagno a un prezzo ragionevole. Continuiamo a cercare, fa caldo ma l'atmosfera è bellissima: sabbia e terra tutto intorno, i colori pastello delle case, i bambini scalzi che si rincorrono per le vie e armeggiando con petardi e stelle luminose si preparano alla notte di capodanno. Alla posada del Recuerdo ci propongono una stanza con quattro letti al prezzo di una doppia. La posada è proprio sulla piazza dell'isola, gli aromi forti di pesce fritto e uova strapazzate ne autenticano il legame alla tradizione culinaria del luogo: ci fermiamo. Nei giorni seguenti scopriremo la storia dei proprietari del Recuerdo, una delle famiglie più antiche di Gran Roque.
La prima escursione è sull'atollo di Francisquì, che come le altre isole dell'arcipelago prende il nome dagli esploratori inglesi che le scoprirono (Francis Cay). Nel tempo, i pescatori del luogo tramandarono la tradizione orale dei nomi delle isole (Francisky), finchè i colti cartografi spagnoli riportarono le denominazioni alle regole della grammatica galiziana (Francisquì). A nord-est di Gran Roque, Francisquì si raggiunge in un quarto d'ora di navigazione a bordo di una delle tante barchette di legno a motore. Ci accoglie una fitta vegetazione di basse mangrovie, che nascondono la meraviglia della 'piscina', uno stagno d'acqua di mare immerso nel verde appena dietro la spiaggia. Non abbiamo il tempo di tuffarci nella dimensione caraibica che facciamo conoscenza con i peggiori abitanti dell'isola: i 'puri-puri'. Non sono cannibali ma minuscoli insetti neri che si annidano nella vegetazione e assaltano a tradimento, in branchi di centinaia. Ci si accorge di averli addosso solo quando si avvertono centinaia di morsi, simili a punture di spillo. In pochi minuti siamo ricoperti di minuscole bollicine che nei giorni e nelle notti successive non ci daranno pace. Ci consoliamo con gli splendidi fondali e un'acqua color turchese che ci fa increduli dei -10° lasciati a Milano. L'atollo è piccolissimo, lo giriamo in poco tempo, difendoci con repentini tuffi dagli insistenti attacchi dei 'puri-puri'. Il ritorno a Gran Roque avviene con una delle frequenti variazioni climatiche tipiche dei Caraibi: gonfie nubi nerastre minacciano pioggia, ma in pochi minuti sono spazzate via da un vento fresco e leggero. In Italia stanno per avere inizio cenoni e serate di gala, qui la pelle brucia per il primo sole tropicale, siamo in barca, tra l'Oceano e la barriera corallina, e di fronte a noi il cielo si colora di un tramonto arancio e viola.
Quando sbarchiamo a Gran Roque, Dismelia e le sue donne stanno preparando una comida criolla, una cena speciale di capodanno a base di carne e delizie locali. Cominciamo con un herbido, una minestra preparata con manzo, patate, carote e verdure. Si continua con un piatto di hallaca, a base di maiale, manzo, pollo a pezzi, con verdure e olive, il tutto dentro una pasta di mais avvolta in foglia di banano e cotta al vapore. Tutto accompagnato dalle cachapas, frittelle di mais dolci e spesse. Beviamo vino rosso cileno. Siamo a tavola con tre giovani venezuelani e un italiano trapiantato a Caracas. Maurizio parla metà spagnolo e metà veneto, e ci racconta che si occupa di arredamento per grandi ambienti, alberghi, ristoranti, scuole. Commercia con tutto il Venezuela, e Chiara scopre che ha arredato un grande albergo di suo cugino a Merida, ai piedi della cordigliera Andina. Brindiamo alla mezzanotte in spiaggia all'insegna del 'quanto è piccolo il mondo'. Canti, balli e feste andranno avanti fino alle cinque del mattino, in modo semplice, spontaneo e incredibilmente vitale. Ci sentiamo lontani dalla civiltà dei consumi, dal problema del 'che fare la notte di capodanno', dell'emergenza di esagerazione e divertimento a tutti i costi. Beviamo rum e tequila con ghiaccio, la notte è luminosa e stellata. A due passi dal 'pueblo', sulla spiaggia, è subito silenzio.

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   a cura di Maurizio Pluda
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   data: 25 marzo 2002 protezione contenuti: assente Aiuto  

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