Alle 8 di mattina l'isola è deserta, assolata, ovattata nel silenzio. Dismelia Rodriguez si sta lavando i pochi denti seduta davanti all'ingresso, beve e sputa l'acqua da una ciotola di plastica. Dismelia è una delle donne 'forti' di Gran Roque. E' piccola e muscolosa, i capelli corti, corvini. Quando fa sera fuma un sigaro cubano davanti alla porta della posada che dà sul pueblo. Manda avanti El Recuerdo a piedi scalzi e con mano ferma. Ha un numero imprecisato di figli sparsi per il continente. Si racconta che una decina d'anni fa, quando sull'isola il turismo cominciò a crescere e a diventare un affare, decise di ingrandire casa e costruire un piano di sopra con qualche camera in più per ospitare i turisti. L'isola era già Parco Nazionale, e la Guardia Civil tentò di fermare i lavori. Dismelia promise paga doppia ai suoi operai per non farli smettere di lavorare e il giorno previsto attese che arrivassero i funzionari governativi con l'ordine di demolizione. Intorno al pueblo si raccolse una nutrita folla, preoccupata e interessata. Li accolse a piedi scalzi, come sempre, e con il sigaro in bocca. Gridando e a pugni chiusi spiegò loro che gli stranieri continuavano ad arrivare a Gran Roque, pagare i funzionari come loro e i loro capi, e costruivano case e posadas. E disse che nessuna legge e nessun funzionario avrebbe potuto impedire a lei, alla sua famiglia e agli abitanti dell'isola, da sempre in lotta con la fame e con la disperazione, di rendere più accoglienti e grandi le loro case per guadagnare qualche bolivares in più. Indovinate come andò a finire.
Oggi la nostra escursione prevede di approdare a Crasquì, a sud-ovest di Gran Roque, a venti minuti di navigazione. Questo viaggio, come la maggior parte degli altri, ci costa 3500 bolivares a testa, poco più di 5 euro. A Crasquì c'è la spiaggia bianca più lunga dell'intero arcipelago: forse per questo sulla lancia facciamo il primo incontro con un gruppo di fiorentini che sembrano usciti da un film di Virzì. Poco male, la spiaggia è grande, piena di insenature: non è difficile isolarci. Uno spazio sconfinato, con poche palme e con due orizzonti diversi. A est cielo blu intenso sereno, a ovest nuvole nere che porteranno la pioggia tropicale, una scarica di qualche decina di minuti e poi di nuovo il sole. Lo scenario non cambia: mangrovie e botuto adornano la spiaggia, mentre il vero spettacolo sono i pellicani. Pellicani bruni dalla criniera rossa, che trascorrono il tempo galleggiando placidi vicini a riva, interrompendosi solo per andare a pesca. Allora volteggiano a pochi metri d'altezza e poi d'improvviso avvistano la preda e si lanciano come missili pennuti contro il pelo dell'acqua, annegandovi con tutto il corpo e lasciando fuori, a volte, solo le zampe palmate e gommose. Riemergono placidi, scrollandosi l'acqua dagli occhi e gonfiando il gozzo dentro il quale si intravedono le forme delle vittime dei loro appetiti. E ritornano placidi, a galleggiare occhieggiando i bagnanti. Sarà anche osservandoli che i nostri biscotti non ci fanno gola: andiamo in spiaggia a caccia di qualche 'rancheros', delle baracche di legno dove è possibile trovare 'pescado' freschissimo e aragoste. Sull'isola abbiamo sentito parlare di Juanita, tosta e decisa isolana oltre che cuoca sopraffina. Ma ci facciamo catturare da un rancheros molto più urfido gestito da due loschi figuri che parrebbero contrabbandieri. Li destiamo dalla siesta e a fatica li convinciamo ad arrostirci un paio di saraghi. Sono le tre del pomeriggio, mangiamo il pesce accompagnandolo a Polar sotto una tettoia di frasche e canne sulla spiaggia. Poco lontano dal rancheros dei contrabbandieri c'è la capanna di Luis, che cucina pesce e vende 'jugos naturales'. Luis fa a pezzi il pesce con una specie di mannaia e ci racconta una storia di pescatori, di quando il mare una notte si alzò così tanto da coprire il cielo. E nessuno di loro sapeva spiegare come avevano fatto a cavarsela, perché rimesso piede in terraferma nessuno aveva fiato, e all'alba del mattino dopo parlare costava fatica, mentre costruivano un nuovo altare alla Madonna de Crasquì.
Rientriamo a Gran Roque prima di sera, e l'isola è di nuovo in festa, Giorno di vacanza per tutti, el pueblo è seminato di lattine vuote di Polar, l'intera piazza risuona di musica e canti festosi, la gente balla scalza per le strade, mentre nelle case le tv trasmettono le finali del campionato di baseball. Carlos e Diego mi invitano a bere wiskhy e ghiaccio, mentre va avanti la loro interminabile partita a domino con Antonio. L'Aquy y haora vende Polar a metà prezzo, dentro le quattro mura di cemento grezzo si alternano agli strumenti talentuosi musicisti neri che danno il ritmo a tutta la piazza. Bonghi, chitarre, strani strumenti a fiato e ritmo caraibico contagioso e incessante. I bambini continuano a esplodere i loro fuochi d'artificio in mezzo alla folla, nessuno si preoccupa, la musica impazza, la gente pensa solo a danzare mentre il sole si tuffa colorando la sera.