E' l'ultimo giorno a Los Roques, domani partiamo per l'Italia. Ci alziamo presto perché ieri sera è arrivata la benzina, e oggi potremo fare l'escursione più lunga e avventurosa. A colazione ci saluta Haidi, una delle figlie di Dismelia che lascia l'isola per andare a lavorare a Caracas. Ci dice addio con gli occhi tristi che abbiamo conosciuto in questi giorni. Gli stessi che la notte di capodanno, dopo il brindisi, hanno pianto nascosti dalla gente in festa. Era sposata, Haidi. Poco più di trent'anni, uno sguardo dolce e triste, e lunghi capelli morbidi che le cadono sulle spalle. Ha una bambina piccola, Johanna, che ha una brutta tosse di cui non si preoccupa troppo. Il marito se n'è andato con un'altra, semplicemente. E lei è tornata a casa, con Johanna e il suo fallimento. Una delle tante storie, una delle tante donne abbandonate e tornate in famiglia.
La barca è piena di una ventina di persone, il pilota Gonzalo, grasso e truce, barba incolta e occhiali da sole Bollè tenuti al collo con una cordicella. Un viaggio lungo, quasi un'ora in un'atmosfera irreale: siamo a favore di vento e non ci soffia in faccia neppure un alito. Facciamo amicizia con l'assistente di bordo, Miguel, che parla benissimo l'italiano e ha storie con la Sicilia. Ci racconta che portando i turisti in giro per le isole guadagna duecento dollari al giorno, ma ai tempi della Trinacria, lavorando "tra Castellammare del Golfo e New York" ne guadagnava duemila. Una giovane venezuelana si incuriosisce per quel tipo di lavoro così redditizio, Miguel le spiega che non si tratta di contrabbando di conchiglie. Il sole è caldo, il cielo pulito, senza fine. Ci abbaglia una lingua biforca di sabbia bianca, in mezzo all'oceano. Cayo de Agua è piatta, a semicerchio, con una collinetta al centro che avvia verso una foresta di basse mangrovie, dominata da una piccola oasi di palme che si erge al centro dell'atollo. A sud-ovest da Gran Roque, la corrente fortissima da nord alza un vento soffice e increspa le onde, cinquanta passi più giù l'isola è esposta alla bonaccia del sud, e sotto la collinetta l'aria e il tempo sembrano essersi fermati. E' il sole più accecante che abbiamo incontrato, ci tuffiamo con maschere e pinne a caccia di pesci tropicali da spiare sott'acqua. Incontriamo un messicano, piccolo e dai baffi sottili, insiste per scattarci una foto in riva al mare. Dividiamo i nostri panini con lui, che nel cestino ha solo delle gigantesche carote. Un paio d'ore dopo siamo di nuovo a bordo, diretti più a sud, alla stazione biologica di Dos Mosquises. Il viaggio, non lungo, tra Cayo de Agua e Dos Mosquises avviene controvento e la bagnarola di Gonzalo imbarca acqua da tutte le parti. Il sole bruciante e il vento della navigazione ci hanno spinto a indossare maglie e calzoni, e adesso siamo zuppi e infreddoliti. Sbarchiamo e stendiamo i panni ad asciugare su una palma. Dos Mosquises è un'isolotto minuscolo, quasi uno scoglio, dove si curano e allevano le tartarughe marine. Il laboratorio è in realtà un grande capannone di legno e paglia, con una ventina di vecchie vasche da bagno utilizzate come acquario per gruppi di piccole tartarughe, divise per specie e dimensioni. Osservarle è un incanto, ma su quelle vasche proliferano i 'puri-puri', e ce la battiamo in fretta.
Risaliamo in barca, e ci vogliono quaranta minuti di spruzzi e nausea per arrivare ad Espenquì, spostata verso est rispetto a Dos Mosquises e sulla rotta per Gran Roque. Il cielo sì è lentamente coperto di nubi, tira un vento fresco e abbiamo tutti i vestiti bagnati. Non rinunciamo a un bagno con i placidi pellicani e con strafottenti ibis dalle zampe gialle che si fiondano sulle prede a pochi centimetri da noi. Un venezuelano che ha tentato tutto il giorno di parlare italiano e fare il simpatico, corre ululando sulla striscia di sabbia, si toglie il costume e si tuffa di pancia. E' quasi il tramonto e vorremmo accendere un fuoco aspettando la bonaccia, ma un paio di francesi ci implorano di ripartire mentre si alternano a vomitare un pranzo troppo pesante. Abbiamo il tempo di vedere sbarcare sull'isola un tender minuscolo, tenuto quasi completamente sommerso dal peso di due mature coppie di allegri ubriachi, uomini e donne che ridono e schiamazzano con un paio di bottiglie ed enormi bicchieri di wiskhy. All'orizzonte non si vede nulla che assomigli a uno scafo più grande, non si capisce da dove vengano questi simpatici beoni, né soprattutto dove e come proveranno a ripartire. Si sta facendo buio, Gonzalo sorride e dice che se la caveranno: nella peggiore delle ipotesi, se la saranno goduta. Il viaggio di ritorno a Gran Roque è epico, nel senso che imbarchiamo più acqua di quanto ognuno di noi riesca ad assorbire su vestiti e zaini. Una coppia di giovani venezuelani, lei bellissima con un costume che sfida le leggi geometriche della copertura di superfici irregolari, continua a limonare come se i francesi vomitassero Chanel invece che la paella andata a male. Noi quattro più che altro ridiamo e tremiamo dal freddo, tranne Paola che difende il suo timpano malaticcio avvolta in un asciugamano e rannicchiata su Luca.
Arriviamo a Gran Roque che è già sera, offro l'ultimo spettacolo della giornata precipitando da prua in caduta libera in fase di attracco. Vendo cara la pelle e salvo la macchina fotografica da un bagno che le sarebbe stato fatale. Per me, solo qualche starnuto in più. Rimane quello, comunque, l'ultimo bagno nell'arcipelago di Los Roques. Consumiamo l'ultima cena al Recuerdo prendendo un appuntamento a Merida per prima o poi con la giovane Annamaria, una delle tante amiche di Dismelia che un paio di volte l'anno passa qualche settimana a Gran Roque in vacanza-lavoro. E' una maestra elementare e sta per diventare direttrice della Casa della cultura di Merida. Sempre in gran tiro, con diversi fidanzati sparsi per il mondo, compresa l'Italia, ci confessa di aver flirtato con Bruno, un massiccio barbuto, gentile e di buone maniere, la notte di capodanno, e adesso lui vorrebbe sposarla, mentre lei non ne vuoe sapere. Dismelia fuma il sigaro davanti alla sua televenola, Antonio osserva la piazza in silenzio e mi offre l'ultima Polar 'vestida de novia'.