Con il nome di "bottini" viene indicato l'antico acquedotto di Siena che, iniziato nel XIII secolo, già alla fine del Trecento era costituito da una rete di 25 chilometri di gallerie sotterranee dotate di cisterne in grado di fornire acqua, anche in periodi di magra, alle oltre 50 fonti e ai 5 pozzi esistenti in città. Un'opera monumentale, dettata soprattutto dalla necessità di garantire l'approvvigionamento idrico di una tra le zone più povere di acque della Toscana, alla cui realizzazione collaborarono famosi ingegneri senesi come Mariano di Iacopo (detto il Taccola) e Francesco di Giorgio, che lasciarono nei loro manoscritti la testimonianza di una vera e propria specialità "tecnologica" locale.
Nel Quattrocento, i signori della città si dedicarono soprattutto al tentativo di aumentare la portata di acqua alle fonti pubbliche, veri e propri centri nevralgici del sistema economico-sociale della Siena tra Medioevo e Rinascimento. La manutenzione dei bottini, volta a garantirne l'efficace funzionamento, veniva affidata a un "operaio", compito che nel 1469 e nel 1492 fu svolto da Francesco di Giorgio: a lui fu dato il compito di aumentare la portata d'acqua alla fonte di Piazza del Campo (Fontegaia) immettendovi il bottino di Fonte Nuova. Ed è proprio alla fine di quel secolo che la rete sotterranea arrivò al massimo della sua espansione, raggiungendo i 25 chilometri di estensione.