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  L'ERUZIONE DEL 79 D.C.

Una stampa che raffigura il Vesuvio in eruzioneEra circa mezzogiorno, del 24 agosto del 79 dopo Cristo. Gli abitanti di Pompei stavano probabilmente preparandosi al pranzo. Ma non fecero in tempo a ingurgitare nemmeno un boccone: una massa di lava e fango piombò dal Vesuvio sulla cittadina, seppellendola sotto una crosta che variava dai 12 ai 30 metri di spessore. E' l'eruzione pliniana più conosciuta, non solo del Vesuvio, ma di tutta la storia della vulcanologia: è stata infatti descritta in due lettere di Plinio il Giovane (61-114 d.C.) allo storico Tacito. Queste lettere costituiscono la prima descrizione di un'eruzione ed è proprio da qui che arriva la definizione di pliniana per questo tipo di fenomeno particolarmente violento e distruttivo. Nell'eruzione, oltre a Pompei, fu distrutta anche Ercolano e molte altre città furono fortemente danneggiate. Fra queste Oplonti e Stabia, dove probabilmente morì Plinio il Vecchio all'età di 56 anni.
L'eruzione fu preceduta da una serie di terremoti come testimoniato dalle tracce di lavori di riparazione provvisori effettuati poco prima dell'evento eruttivo e rinvenuti in molte case distrutte dall'eruzione e riportate alla luce dagli scavi archeologici. Il terremoto più grave avvenne nell'anno 62 o 63 d.C. e fu avvertito anche a Napoli e a Nocera, dove si verificarono alcuni danni. Dallo studio dei prodotti dell'eruzione del 79 d.C. osservati a Pompei e nelle altre città distrutte è stato possibile ricostruire la dinamica e la successione dei fenomeni eruttivi tipici di un'eruzione pliniana. Si possono così distinguere tre fasi:
La prima, iniziata all'incirca alle ore 13 del 24 agosto, fu caratterizzata dall'interazione magma-acqua (attività freatomagmatica) con apertura del condotto vulcanico e accompagnata da una serie di forti esplosioni.
La seconda, durata fino alle ore 8 del 25 agosto, fu caratterizzata dalla formazione di una colonna di gas, ceneri, frammenti litici e pomici bianche e grigie alta circa 15 chilometri al di sopra del vulcano accompagnata da frequenti terremoti. Secondo alcuni autori la nube raggiunse probabilmente un'altezza di 26mila metri durante la fase delle pomici bianche e successivamente di 32mila durante quella delle pomici grigie. I volumi di magma emessi nelle due fasi delle pomici, che a Pompei formano un deposito con spessore di circa 4 metri, a Ercolano ammontarono rispettivamente a 1 e 2.6 chilometri cubici. Durante la notte molte persone, approfittando di una stasi dell'attività eruttiva, fecero ritorno alle proprie case, ma nella mattinata del 25 vennero investiti della ripresa dell'attività. Si verificò, infatti, il collasso completo della colonna eruttiva con conseguente formazione di flussi piroclastici che si distribuirono radialmente rispetto al centro eruttivo e causarono la distruzione totale dell'area di Pompei, Ercolano e Stabia. In seguito si formò una nuova grande nube eruttiva il cui collasso diede origine a una serie di surges piroclastici che riversandosi verso valle ad altissima velocità seppellirono tutto quanto incontrarono lungo il loro cammino.
Nella terza fase, durata fino alla tarda mattinata del 25 agosto, continuarono a formarsi i flussi piroclastici mentre la grande nube raggiunse Capo Miseno. Durante questa eruzione furono emessi circa 3-4 chilometri cubici di magma con una portata di circa 40mila metri cubi al secondo.

Non sapete cos'è una surges piroclastica? Il frammento litico vi sconvolge la funzionalità epatica? Non vi preoccupate: questa scheda tecnica sull'eruzione del 79 d.C. è stata presa dal sito del dipartimento di Geofisica e Vulcanologia dell'università di Napoli "Federico II". Dove troverete anche un utilissimo dizionarietto di vulcanologia.

  di Maurizio Pluda
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   data: 15 maggio 2002 protezione contenuti: assente Aiuto  

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