Martedì, Mykonos
Anche da Kea, come hanno fatto da Atene, salpano all'alba per la seconda meta della crociera. La destinazione è Delos, dove pensano di trascorrere, in uno dei suoi ridossi, la notte, per visitarla nell'alba del giorno dopo. Ma leggendo una edizione aggiornata del portolano apprendono che è vietato l'ancoraggio notturno nelle sue acque. Allora fanno rotta su Mykonos, isola separata da un breve braccio di mare da Delos. Mykonos è una delle mete turistiche più frequentate delle Cicladi. Il paese è compresso da un turismo eccessivo, che offusca il bello del paesaggio cicladico, anche se non riesce a rovinarlo del tutto. I traghetti che attraccano sono frequenti a tutte le ore della notte e agitano le acque del porto scuotendo sgarbatamente le cuccette e interrompendo il sonno. Trascorrono una notte agitata da continui sobbalzi.
Mercoledì, Delos
Una traversata di poche miglia per imboccare lo stretto fra Delos e Remati. Risalgono il canale tenendosi al centro con attenzione e ancorano sotto un frangiflutti eretto una trentina di metri a nord del porto sacro. I ruderi del porto antico giacciono sparsi alterando un fondale già basso, e sono pericolosi ed insidiosi. Il vento da sud spira forte ed è inconsueto ed inspiegabile sull'Egeo dominato da venti che calano sempre disciplinatamente da nord. Questo vento è chiamato meltemi durante l'estate, quando spira asciutto e caldo, e Vorea nei mesi in-vernali, quando porta sul mare i freddi degli altipiani asiatici.
Un cartello sul molo conferma che si può stare ancorati sino alle tre del pomeriggio: dopo si incorre in sanzioni severe.
L'equipaggio sbarca a visitare Delos, l'isola sacra degli Elleni. Uno scrittore ne parla in questi termini. "L'isola che lo accoglie ha un porto sommerso. Si vede appena, sprofondato da tanti secoli, ma pericoloso per la chiglia. È il porto di una lega ellenica. Qui la sacralità comincia già con il suono dell'onda e poi si propaga per le alture dell'isola. Stai calpestando il centro del mondo, un suolo che ha prodotto il logos ed il nous, il pathos ed il nomos. Qui è nato tutto ciò che fa di un'epoca oscura un'alba illuminata; qui, dal caos informe delle possibilità, spunta l'infanzia e la pubertà del nuovo, che prorompe in una maturità di altezza mai immaginata, mai più raggiunta. Come dice una immagine poetica, qui un dio biondo dalla mente duttile e dalle forti membra, volta le spalle a deità terragne, aride e concrete, e si da al mare, liquido e proteiforme. Egoista e giovane, il dio dell'Ellade viene da oriente, si fa spallucce del passato e dilaga arrogante per tutte le terre che l'Egeo viola tocca con la sua onda sonora. Relega impietoso le tradizioni in recessi sperduti e impone troncando resistenze ottuse un salto qualitativo alle esistenze ed alla storia. Poco negoziando con il passato, con una visione di diversa chiarità della vita, la giovane forza avanza verso occidente.
I miti di quest'isola che giace ai tuoi piedi con frammenti di sculture, con milioni di schegge di marmo pario, sono affascinanti. Secondo il mito, da sempre quest'isola è invisibile; è una massa di roccia antica e rossa, con una sua unicità: un lago, di preziosa e rarissima acqua dolce; ed ha un'altra unicità: è un'isola che deriva con i venti e le correnti del'Egeo. Nessuna prua è mai approdata all'isola, perché il luogo dove si trova è inesistente; non è isola di terra, è isola di tempo, è immaginazione, è isola che salpa e scorre, un piccolo universo mobile, come il pensiero, il vento, il mare mutevole, il sogno. Misteriosa e fugace come una intuizione, l'isola si sposta per il mare delle Cicladi. L'isola è un'idea che vive fra l'essere ed il possibile. Invisibili i suoi confini.
L'isola resta invisibile sino al giorno in cui la sensualità solare di un dio irruento, padre del nuovo, feconda una fanciulla dai bei seni e di stremanti amplessi. Il loro abbraccio è tanto lungo e profondo che la donna concepisce per ben due volte. Ma la potente sensualità del padre degli dei suscita la feroce gelosia della consorte legittima, che perseguita tutte le sue compagne di smemorato diletto; quel diletto che è profondo e fragile, perché i bigotti, in genere brutti e incapaci di sedurre e di farsi sedurre, ipocritamente ripugnano e devastano. Meschine e plebee sono le vendette della compagna del dio, non dissimili da quelle di ogni benpensante: per essere stupidi, infatti, non necessita essere degli dei, oppure, se si preferisce, anche gli dei tutti, creature dei propri creatori o immaginatori, godono dei loro momenti di stupidità. La consorte legittimata del dio perseguita in ogni modo, e con tutti i propri divini e superiori poteri e mezzi, le giovani amanti di quel marito irrequieto, che ella non sa, o non può, se mai ha potuto o saputo, acquietare: sempre ammesso che si possa acquietare e castrare, senza rischi, il dio e l'istinto. La moglie del dio perseguita, con l'accanimento tipico dei difensori dei principi, soprattutto se propri, e con molta viltà, vista la sproporzione delle risorse fra persecutore e perseguitato, la fanciulla dai bei seni; e non ci fu allora, come non c'è ora, alcun onore e alcuna dignità nel perseguitare i deboli.
La fanciulla è costretta a fuggire, raminga da un posto all'altro, da un posto dall'altro cacciata con disonore, perché l'ipocrisia è sempre acquiescente, ogni volta che un potente chiede qualcosa. Ma il fato, invidioso delle umane fortune ma misericordioso delle sventure, suscita sopra l'Egeo una miracolosa e rara notte di nebbia; e la bella fanciulla, ormai in gravidanza avanzata, ne approfitta per fuggire per mare e nell'invisibilità della nebbia incrocia la rotta dell'isola invisibile e vi approda. E qui, nell'isola, dove le angosce si stemperano di rifugio e di lontananza, anche la bella donna conosce la dolce quiete.
Qui diviene a sua volta irraggiungibile ed invisibile come l'isola. E qui trova sia lo scampo alla persecuzione della moglie istituzionale del dio, sia il tempo propizio per attendere il momento del parto.
Capita spesso che dalla illegittimità delle relazioni nascano individui di statura eccezionale; e anche in questo caso il mito non fa eccezioni. Dai bei fianchi nascono infatti due bimbi di personalità tanto forte da oscurare tutti i contemporanei, e di solarità tanto limpida da illuminare sino ad oggi la parte migliore dell'umanità. E sono così solidi, i due nati, che ancorano con immense catene l'isola della loro nascita al fondo del mare, rendendola stabile; e dipanano la cortina di nebbia che la offusca, rendendola manifesta e visibile al mondo.
Perché, suggerisce il mito, in tal modo sia onorata, come dev'essere, sia la grandezza di una madre che la santità dell'amore.
L'isola si chiama, dalla nascita di Febo e Artemide, Delos, che significa, appunto visibile. Prima della nascita dei due esseri divini l'isola si chiamava Adelos, invisibile. Gli Elleni consacrano l'isola all'eternità: sul suo suolo non si deve né nascere né morire, poiché l'eternità non ha inizio, non ha fine; se uno muore e nasce qui, l'isola deve essere purificata e consacrata di nuovo."
Lo scrittore dimentica di precisare che l'isola, rivolta verso il medio oriente, da sempre irrequieta cloaca di centinaia di guerre con rapidi vincitori e masse di vinti, spogliati, esiliati e prigionieri, è stata anche il più grande mercato di schiavi dell'antichità. Le fortune le ricchezze e i marmi di Delos sono levigati dai pianti.
Dopo la visita l'equipaggio torna a bordo per tempo. Nuotano intorno alla barca per rinfrescarsi del sole ardente e della calura dello scirocco. Si approntano a salpare. Il vento spinge forte lo scafo verso i ruderi sommersi del porto sacro. Succede un capriccio al salpa ancore e lo scafo finisce in secca. Con il canotto portano un'ancora annodata a due cime, lontano e a dritta dello scafo; su quell'appiglio si attestano e fanno forza per inclinare la barca sul fianco e diminuirne il pescaggio. Quando le manovre risultano inclinate, tuonano sul motore con il massimo di giri, ma non si smuove di un centimetro. Tentano di maggiorare l'inclinazione ottenuta dal cavo in tensione, con l'intero equipaggio fuori dalle draglie per aumentare lo sbandamento. Ma lo scafo non si sposta. Rimane saldamente incastrato fra i massi del fondale. Poiché il timone non ruota, ritengono che si sia rotto il frenello. Incaponano allora la barra di fortuna. Ma neppure con la forza sulla barra riescono a ruotare la pala. Evidentemente la pala è ostacolata dalle rocce che affiorano a pochi metri dalla poppa. Lavorano per ore, senza rendersi conto che il vento forte da sud che dà sollievo alla pelle non attenua l'ardore del sole implacabile. Poi dall'isola arriva a nuoto una archeologa: ha la maschera e guarda sotto la chiglia; spiega che c'è solo il timone incastrato, il resto dello scafo è libero. Presta la maschera e l'ispezione conferma che la pala del timone, stretta fra due ruderi, è immobilizzata e che la pinna galleggia libera una spanna sopra il fondale. Tutto l'equipaggio e l'archeologa sono spediti all'estrema prua; danno il massimo di potenza al motore e, finalmente, con uno stridio e con uno strattone lo scafo si libera. Ora dondola di nuovo franco sull'acqua; il piccolo incubo è finito. Recuperano ancore e cime, sbarcano l'archeologa e traversano il canale per dare fondo in una baia dell'isola vicina. Mentre il cuoco si dedica ai fornelli, affiorano i bruciori delle ustioni accumulate durante il salvataggio della barca. Affiora anche la preoccupazione per la scarsa affidabilità del salpa ancore. Decidono che, anziché proseguire nelle tappe previste, che sono l'isoletta di Denoussa e l'isola di Amorgos, domani ancoreranno alla base dell'armatore nell'isola di Naxos, per sostituire la parte difettosa dell'argano.
Nella baia le acque sono calme; lo scirocco, che fischiava vigoroso nella luce del giorno, si affievolisce man mano che il crepuscolo avanza, come se il buio riuscisse a convincere al sonno anche le forze del vento. Da sempre i poeti definiscono "i venti dell'Egeo pieni di sole" perché spirano di giorno; durante le notti volano alti a soffiare fra le stelle. A sera avanzata viene servita una cena abbondante e di sapori appetitosi ad un equipaggio cotto dalla fatica e ustionato dal sole. In barca arrivano deboli soffi di brezza, profumati di macchia e di maggiorana.