Alle otto del mattino arriva puntuale l'incaricato a sostituire il pezzo difettoso con quello arrivato dalla capitale: ora la catena alloggia ogni maglia nelle precise dimensioni del nuovo verricello. E puntuale l'equipaggio, che è andato in visita al paese, si imbarca prima di mezzogiorno. Racconta di avere visto svettare sulla collina, vicino al porto di Naxos, la porta del tempio di Apollo, bianca di marmo pario nel cielo azzurro. Da ieri il barometro si alza ad annunciare, con l'alta pressione, i venti dei quadranti superiori.
Oggi si naviga con il meltemi, che ha spazzato le foschie dei venti umidi del sud. Intorno si vedono le Cicladi posate su un orizzonte mobile, sopra il mare irrequieto. Si naviga col vento in poppa, con il solo fiocco retto in posizione dal tangone. Si va a Ios, l'isola che il mito dice essere patria e tomba di Omero. Una leggenda vuole che il corpo del poeta, travolto da un naufragio, sia stato portato dalle onde sonore sino alla spiaggia dell'isola che lo aveva visto bambino. Un'altra leggenda narra invece che il poeta sia stato angosciato per mesi da un enigma e sia morto per tormento e disperazione intellettuale. Secondo la narrazione alcuni giovani pescatori, approssimandosi alla riva, alla sua domanda su cosa avessero preso, avrebbero risposto: "Quello che abbiamo preso, l'abbiamo buttato. Quello che non abbiamo preso, lo portiamo con noi." Omero, suggerisce questo secondo mito, non aveva accettato l'impossibilità di penetrare il mistero e di risolvere l'enigma. Orgogliosi d'intelletto, gli antichi; i più pratici discendenti accettano per fede anche gli assurdi logici. Pensare stanca.
Ios è uno dei porti più riparati delle isole. Vi si entra attraverso un fiordo profondo e il paese di case bianche che si trova in fondo ad un lago interno promette un buon attracco e le acque quiete garantiscono un buon riposo.
La capitale dell'isola è rinserrata all'interno, in un'alta acropoli nascosta dal mare. Come tutti i paesi d'isola, che contavano solo sulle proprie risorse per la difesa contro le invasioni e le incursioni dei pirati, anche questo è situato in un luogo facilmente difendibile. Man mano che il Mediterraneo turbolento delle civiltà si andava calmando verso secoli di ordine e di quiete, il paese ha progressivamente smantellato i suoi spalti e le difese. Le risorse che una volta erano dedicate alle fortificazioni sono ora riversate nella cura delle case e delle strade.
I paesi cicladici, e questo non fa eccezione, hanno colori netti: rossi, viola e verdi le bougainvillee, turchesi intensi gli infissi, bianchi accecanti sotto il cielo impietosamente luminoso gli intonaci e i contorni delle pietre delle strade strette. Nei viottoli il silenzio e il fruscio dei piedi di pochi vecchi ondeggiano una quiete sonnolenta. Non si vede un giovane; sono tutti scesi alla città formicolante di attività turistiche, che sta allargandosi intorno al porto. C'è, nella sostituzione di una capitale con un'altra, una vena di sentimento malinconico, come capita quando avviene un cambiamento. Non si è ben disposti nei riguardi dei cambiamenti: suggeriscono lo scorrere verso la fine delle abitudini e delle persone. Ora la vecchia capitale è una specie di città fantasma, abitata da pochi anziani. Ma le insegne, numerosissime, di taverne, pub, pizzerie, discoteche, suggeriscono che il ruolo di capitale ha ceduto, trasformandosi in luogo di divertimenti serali delle torme di giovani turisti.
Nonostante i traghetti attracchino oltre i moli, nella notte il sonno è spesso interrotto dalle loro onde. I traghetti arrivano a decine, inghirlandati da mille luminarie; essi sostano il tempo di imbarcare decine di mezzi e centinaia di persone e poi ripartono rapidi.